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Chi decide chi è un giornalista? Il CPJ e il caso dei palestinesi cancellati
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Chi decide chi è un giornalista? Il CPJ e il caso dei palestinesi cancellati

Mada Masr · Leggi l'originale ↗ · 4 luglio 2026
Il CPJ ha rimosso dalla propria lista di vittime alcuni giornalisti palestinesi uccisi a Gaza, adducendo presunti legami con la resistenza. Mada Masr analizza le implicazioni di questa vicenda: quando le organizzazioni per la libertà di stampa cedono a pressioni politiche, il conteggio delle vittime diventa uno strumento narrativo. Un problema che riguarda direttamente anche i lettori europei.

C'è un meccanismo quasi invisibile, attraverso cui la narrativa su un conflitto viene costruita ben prima che qualcuno apra un giornale o accenda un telegiornale. Quel meccanismo si chiama riconoscimento: chi viene contato come vittima, chi ottiene un nome, chi entra nelle statistiche ufficiali che poi il mondo cita. E quando a gestire quel conteggio sono le stesse organizzazioni che dovrebbero difendere la libertà di stampa, il problema diventa strutturale.

È esattamente questo il nodo sollevato da una vicenda che Mada Masr ha ricostruito con precisione: il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) avrebbe rimosso dalla propria lista di vittime alcuni giornalisti palestinesi uccisi a Gaza, giustificando la scelta con presunti «legami con la resistenza». L'organizzazione nega pressioni politiche esterne, ma ammette di aver operato per due anni e mezzo sotto una pressione enorme — da parte di chi voleva aggiungere nomi, ma anche di chi ne voleva togliere.

La domanda che rimane in piedi è brutalmente semplice: chi stabilisce dove finisce il giornalismo e dove inizia la militanza? E soprattutto, chi ha il potere di applicare quel criterio selettivamente, in un conflitto in cui i giornalisti palestinesi vengono uccisi in numero senza precedenti nella storia moderna?

Per un lettore italiano, questa storia può sembrare distante. Non lo è. Le grandi organizzazioni internazionali per la libertà di stampa — CPJ, RSF, Index on Censorship — sono le fonti primarie da cui media europei, istituzioni e governi attingono per costruire la propria lettura dei conflitti. Se quei dati sono politicamente negoziati, tutto ciò che viene dopo lo è di conseguenza.

Il punto di vista che emerge dalla stampa araba — e che Arabita ritiene essenziale portare ai propri lettori — è che il problema non riguarda solo la Gaza di oggi. Riguarda un sistema globale di certificazione dell'informazione che si è rivelato permeabile alle pressioni dei soggetti più forti. Non è una novità teorica: è una dinamica documentata, stavolta con nomi e ammissioni.

La neutralità delle organizzazioni umanitarie e di tutela della stampa non è un dato acquisito. Va guadagnata ogni volta, contro ogni pressione. Quando non lo è, il silenzio sulle vittime non è mai neutro: è sempre una scelta. E quella scelta ha conseguenze reali su come il mondo — compresa l'Italia — percepisce chi muore e perché.

Traduzione Arabita · Fonte: Mada Masr · Articolo originale ↗
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