La Flotta della Resistenza sotto processo
C'è un momento in cui una mobilitazione civile smette di essere tollerata e comincia a essere perseguita. In Tunisia, quel momento sembra essere arrivato per la Flotta della Resistenza, l'iniziativa nata per portare aiuti a Gaza nel pieno dell'offensiva israeliana. Mesi dopo il suo lancio, i promotori si trovano a fare i conti non con le onde del Mediterraneo, ma con i corridoi dei tribunali.
Secondo Inkyfada, l'iniziativa è finita nel mirino di indagini finanziarie e procedimenti giudiziari che sollevano una domanda scomoda: lo Stato tutela l'ordine o criminalizza il dissenso? È una domanda che non riguarda solo la Tunisia, ma che da Tunisi rimanda a dinamiche ben più ampie, familiari a chiunque segua da vicino i movimenti di solidarietà nel mondo arabo.
Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Prima si lascia che l'entusiasmo popolare si esprima — le donazioni, le raccolte fondi, le dichiarazioni pubbliche. Poi, quando la pressione politica cresce o i riflettori internazionali si affievoliscono, si aprono fascicoli. Si parla di irregolarità nei flussi finanziari, di mancanza di autorizzazioni, di profili giuridici da chiarire. Gli strumenti tecnici del diritto vengono usati con precisione chirurgica per logorare chi ha osato agire.
Per il lettore italiano, questa storia merita attenzione per almeno due ragioni. La prima è geografica: la Tunisia è a poche ore di mare dalla Sicilia, e le sue fratture politiche interne ci riguardano. La seconda è concettuale: siamo abituati a leggere la repressione del dissenso come un fenomeno che riguarda "altrove", regimi lontani. Ma la giuridificazione della solidarietà — cioè l'uso del diritto non per tutelare ma per intimidire — è un fenomeno globale, e la Flotta della Resistenza ne è un caso di scuola.
Ciò che il punto di vista tunisino aggiunge al dibattito è la dimensione emotiva e collettiva di queste iniziative. La Flotta non è nata in un ufficio: è nata da una mobilitazione reale, da una società civile che ha visto le immagini di Gaza e ha voluto rispondere con qualcosa di concreto. Criminalizzare quella risposta non è solo un atto giuridico — è un messaggio politico preciso, rivolto a chi in futuro vorrà fare lo stesso.
La domanda che Inkyfada pone tra le righe è quella che Arabita rilancia senza esitazione: fin dove può spingersi uno Stato nel definire cosa è legale solidarizzare? La risposta, in Tunisia come altrove, non è ancora scritta. Ma i procedimenti giudiziari stanno già tracciando un confine.