Le stesse radici
Due movimenti nati dalla stessa Europa, dalla stessa epoca, dalla stessa logica
الجذور ذاتها
حركتان وُلدتا من أوروبا ذاتها، من الحقبة ذاتها، من المنطق ذاته
C'è una domanda che molti evitano , non per mancanza di risposta, ma perché la risposta è scomoda: il nazionalismo etnico ha una forma riconoscibile, indipendentemente da chi lo pratica? La storia risponde di sì.
Alla fine dell'Ottocento l'Europa produce una quantità straordinaria di ideologie nazionaliste. È il momento in cui il concetto di nazione smette di essere un'idea illuminista (il popolo come comunità di diritti) e diventa qualcosa di più viscerale: il popolo come comunità di sangue, di suolo, di destino collettivo. Fichte in Germania, Maurras in Francia, Mazzini in Italia nella sua versione più romantica: tutti lavorano sulla stessa materia prima, tutti elaborano lo stesso tipo di pensiero. La nazione come organismo. L'appartenenza come dato biologico o storico immutabile. La terra come diritto, non come accordo.
Da questo stesso humus culturale emergono, a pochi anni di distanza, due movimenti che il Novecento ricorderà in modo radicalmente diverso.
Il primo è il nazionalsocialismo tedesco. Nasce dalla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale, dall'umiliazione di Versailles, dalla crisi economica della Repubblica di Weimar. Identifica nel popolo tedesco — il Volk — un'entità biologica con un destino storico da compiere. Identifica una terra a est come diritto naturale di quel popolo e identifica negli altri (ebrei, slavi, rom) un ostacolo da rimuovere.
Il secondo è il sionismo politico. Nasce dai pogrom russi, dall'antisemitismo istituzionalizzato dell'Europa zarista e non solo, dalla convinzione crescente che l'assimilazione degli ebrei nelle nazioni europee fosse un'illusione destinata a fallire. Theodor Herzl, giornalista viennese, assiste nel 1894 alla degradazione pubblica di Alfred Dreyfus a Parigi, ufficiale ebreo accusato di tradimento in un processo che era soprattutto uno sfogo d'odio, e conclude che l'unica soluzione è uno Stato ebraico. Identifica una terra — la Palestina storica — come diritto di ritorno di quel popolo. Identifica negli arabi che la abitano un problema pratico da gestire.
Le origini sono speculari: entrambi i movimenti nascono da una ferita reale. La persecuzione degli ebrei europei è un fatto storico documentato e secolare. L'umiliazione tedesca post-bellica è un fatto storico documentato. Le ferite sono reali. Quello che i movimenti ci costruiscono sopra è dove inizia l'analisi.
Uno storico che osservi i due movimenti senza investimento emotivo in nessuno dei due, nota una serie di elementi ricorrenti che meritano di essere nominati.
Il concetto di popolo come dato immutabile. In entrambi i casi l'appartenenza non si sceglie, la si acquisisce alla nascita. Si nasce tedeschi di sangue secondo le leggi di Norimberga del 1935. Si nasce ebrei di madre secondo l'halacha, la legge religiosa ebraica, e secondo la legge israeliana dello Stato-nazione del 2018. In entrambi i casi l'identità è data, non costruita. In entrambi i casi produce una struttura di cittadinanza a due livelli nei territori controllati.
La terra come destino, non come accordo. Il "Lebensraum", lo spazio vitale, trasforma una rivendicazione politica in necessità biologica: il popolo tedesco ha bisogno di espandersi verso est come un organismo ha bisogno di ossigeno. Eretz Israel, la terra di Israele, trasforma una rivendicazione politica in diritto divino e storico: il popolo ebraico ha un legame con quella terra che precede e sovrasta qualsiasi accordo contemporaneo. In entrambi i casi la terra è già abitata da altri. In entrambi i casi questo dato viene trattato come secondario rispetto al diritto rivendicato.
La mitologia delle origini come legittimazione. Il nazismo costruisce il mito della grandezza ariana, della purezza originaria, del Reich millenario da restaurare. Il sionismo costruisce la continuità biblica (tremila anni di legame con la terra) come titolo di proprietà. In entrambi i casi la storia viene selezionata, amplificata e trasformata in narrazione fondante. In entrambi i casi i dati che contraddicono quella narrazione vengono marginalizzati: la pluralità etnica della Germania storica nel primo caso; la presenza araba continua e documentata in Palestina nel secondo.
La popolazione preesistente come ostacolo. È il punto più delicato e il più necessario da nominare. In entrambi i casi il territorio rivendicato è abitato. In entrambi i casi i suoi abitanti vengono ridefiniti progressivamente: non come popolo con diritti equivalenti, ma come problema demografico, ostacolo storico, minaccia alla purezza o alla sicurezza del gruppo rivendicante. In entrambi i casi questa ridefinizione precede e accompagna la violenza. Non la giustifica retrospettivamente, la prepara.
La differenza che non cancella l'analogia Nominare queste analogie non equivale a equiparare i due movimenti in tutto. Le differenze sono reali e vanno dette con la stessa onestà.
Il nazismo aveva come obiettivo dichiarato lo sterminio. Lo diceva nei suoi documenti, nei suoi discorsi, nella sua letteratura politica. Produceva morte industriale a una velocità e su una scala senza precedenti nella storia umana. Sei anni, cinquanta milioni di morti, sei milioni di ebrei sterminati sistematicamente.
Il sionismo politico ha come obiettivo dichiarato la sopravvivenza e la sicurezza di un popolo storicamente perseguitato. La violenza che produce è strumentale, o almeno viene presentata come tale, non un fine in sé. La scala è diversa, la velocità è diversa, l'intenzione dichiarata è diversa.
Ma uno storico serio non può fermarsi alle intenzioni dichiarate. Deve guardare le strutture, i meccanismi, gli effetti documentati. E quando lo fa, trova che l'architettura ideologica, il popolo come dato biologico, la terra come destino, la popolazione preesistente come ostacolo, è la stessa.
Hannah Arendt, filosofa ebrea, sopravvissuta all'Europa nazista, scrisse nel 1948, l'anno della fondazione dello Stato di Israele e della Nakba, che il nazionalismo etnico aveva una forma riconoscibile indipendentemente da chi lo praticava. Non era antisemitismo. Era analisi.
Perché questa osservazione è necessaria? C'è una ragione pratica, non solo intellettuale, per fare questa analisi.
Gli strumenti concettuali e giuridici che l'umanità ha costruito dopo il 1945 — la Convenzione sul Genocidio, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, le Convenzioni di Ginevra — sono stati elaborati precisamente per riconoscere queste strutture, indipendentemente da chi le pratica. Non per un caso storico specifico. Come principi universali.
Applicarli in modo selettivo, a certi casi e non ad altri, non è un problema morale astratto. È una crepa nelle fondamenta del sistema internazionale che l'Occidente dice di voler difendere.
La domanda non è se il nazismo e il sionismo politico siano la stessa cosa. Non lo sono, e chiunque sostenga il contrario semplifica in modo scorretto.
La domanda è un'altra: le strutture che abbiamo imparato a riconoscere come pericolose hanno un'unica forma, o ne hanno molte? E se ne hanno molte, siamo disposti a riconoscerle tutte, o solo quelle che non toccano i nostri alleati?
È la domanda a cui il giornalismo serio non può continuare a non rispondere.
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