"La sostituzione etnica" La demografia non mente. Gli slogan sì.
L'Italia invecchia, si svuota e manda i suoi giovani all'estero: ma il dibattito pubblico guarda altrove.
"الاستبدال العرقي" — الديموغرافيا لا تكذب. الشعارات نعم.
إيطاليا تشيخ وتفرغ وترسل شبابها إلى الخارج، لكن النقاش العام ينظر في اتجاه آخر.
C'è una cosa curiosa nella storia d'Italia. Un paese che per cent'anni ha esportato italiani in tutto il mondo — nelle Americhe, in Australia, in Belgio nelle miniere, in Germania nelle fabbriche — oggi discute con estrema serietà del rischio che qualcun altro arrivi a fare la stessa cosa. Nostri nonni erano i clandestini d'Europa. Lo sappiamo. Molti di noi lo hanno vissuto in prima persona, o lo hanno sentito raccontare a tavola con quella voce bassa che hanno le storie che fanno ancora male. Ma lasciamo stare la memoria e parliamo di numeri, che sono più difficili da smentire. Gli italiani non fanno figli. Il tasso di fertilità è 1,2 figli per donna — quasi la metà di quello necessario per mantenere stabile la popolazione. Non è colpa di nessuno straniero. È il risultato di stipendi che non reggono una famiglia, affitti che divorano metà del reddito, un welfare che non ha mai davvero scelto da che parte stare. Ogni anno muoiono più italiani di quanti ne nascano. Ogni anno 200.000 italiani — giovani, laureati, formati con soldi pubblici — partono per Berlino, Londra, Amsterdam. In silenzio, senza gommoni, senza far notizia. Quella è la sostituzione in corso. Non la organizza nessuno. La produciamo noi, con le scelte che facciamo e con quelle che non riusciamo a fare. Nel frattempo noi — figli di due culture, cresciuti tra due lingue, costruiti su due sponde del Mediterraneo — guardiamo questo dibattito con la pazienza di chi conosce il mare da entrambi i lati. Sappiamo cosa significa lasciare. Sappiamo cosa significa arrivare. Sappiamo che nessuna delle due cose si fa per piacere. I bambini che non sono nati non li rimpiazza nessun decreto. E nessuno slogan ha mai riempito una culla vuota.