Il mestiere di chi vive sui poveri: Silvia Sardone e la sua rendita politica
Vent'anni di carriera politica, zero leggi approvate: come Silvia Sardone ha trasformato i musulmani d'Italia in un fondo pensione elettorale.
مهنة العيش على الفقراء: سيلفيا ساردونه وريعها السياسي
عشرون عامًا من المسيرة السياسية وصفر من القوانين المُقرّة: كيف حوّلت سيلفيا ساردونه مسلمي إيطاليا إلى صندوق تقاعد انتخابي.
Ci sono carriere politiche che si misurano da ciò che costruiscono. E ce ne sono altre che si misurano da ciò che riescono a non risolvere mai — perché il problema irrisolto è il loro capitale, la loro rendita, il loro stipendio. Silvia Sardone appartiene, con una coerenza quasi ammirevole, alla seconda categoria. Vent'anni di carriera politica. Consigliera di zona a Milano, consigliera comunale, consigliera regionale, oggi eurodeputata e vicesegretaria della Lega, rieletta a Strasburgo nel 2024 con settantamila preferenze. Una macchina elettorale efficientissima. La domanda, allora, è semplice e spietata: in vent'anni, quali leggi porta la sua firma? Quale moschea "abusiva" — per usare il suo lessico — è stata chiusa grazie a una norma che ha fatto approvare? Quale divieto del velo è entrato in vigore? La risposta è: nessuno. Niente. Il vuoto.
Una battaglia disegnata per non vincere mai Non è un caso, ed è qui che il discorso si fa interessante. Le bandiere che Sardone agita (la chiusura dei luoghi di culto islamici, il divieto del velo negli spazi pubblici, la "remigrazione") non sono semplicemente irrealizzate. Sono in larga parte irrealizzabili, perché si schiantano contro la Costituzione italiana. L'articolo 19 garantisce a tutti il diritto di professare la propria fede e di esercitarne il culto. L'articolo 8 stabilisce che tutte le confessioni sono ugualmente libere davanti alla legge. Un divieto generalizzato del velo o la chiusura sistematica dei luoghi di preghiera di una sola religione non supererebbero il primo vaglio della Corte Costituzionale, e una giurista formata alla Bocconi come lei lo sa benissimo. Ed è precisamente questo il punto. Una battaglia che non si può vincere è una battaglia che non finisce mai. E una battaglia che non finisce mai garantisce comizi infiniti, interviste infinite, magliette col proprio nome a Pontida, preferenze a ogni tornata. Il fallimento, qui, non è un effetto collaterale. È il modello di business.
Il parassitismo politico Esiste un nome per chi prospera senza produrre, per chi estrae valore da un corpo sociale senza restituire nulla in cambio. In biologia si chiama parassitismo. In politica, il parassitismo si nutre della paura: la coltiva, la irriga, la raccoglie a ogni elezione, e si guarda bene dal prosciugare la palude da cui trae sostentamento. Perché il giorno in cui il problema fosse davvero risolto — o anche solo seriamente affrontato — il parassita perderebbe il suo ospite. E l'ospite, in questo caso, sono i più deboli. Da entrambi i lati. Da un lato i musulmani d'Italia, trasformati in minaccia permanente, in nemico da cui difendersi, in materiale da comizio. Dall'altro, e questo si dice molto meno, gli stessi italiani impoveriti a cui viene venduta l'illusione che il loro problema sia il vicino col tappeto da preghiera, e non lo stipendio fermo da vent'anni, la sanità che crolla, l'affitto che divora metà del salario. Si prendono i poveri di una provenienza e li si aizza contro i poveri di un'altra. Mentre chi decide davvero di salari e tasse resta comodamente fuori dall'inquadratura.
Una tecnica antica, con molti maestri Sardone non ha inventato nulla. È l'ultima allieva di una scuola lunga e ben documentata. In Inghilterra, Nigel Farage ha costruito un'intera carriera — e la Brexit — sulla promessa che il problema del lavoratore britannico fosse il polacco e il siriano, non la finanza della City. Risultato: la Brexit è arrivata, gli immigrati no, e i salari reali britannici sono rimasti al palo. Il bersaglio era sbagliato fin dall'inizio, ma il venditore aveva già incassato. Prima ancora, nel 1968, il conservatore Enoch Powell terrorizzava la Gran Bretagna con il discorso dei "fiumi di sangue", profetizzando l'apocalisse razziale. Non accadde nulla di ciò che predisse, ma il seme dell'odio attecchì per decenni. In Francia, la dinastia Le Pen ha fatto del migrante musulmano il proprio fondo pensione elettorale per quarant'anni, senza mai governare e senza mai volerlo davvero, perché l'opposizione perpetua rendeva più del potere. È il capro espiatorio nella sua forma più pura, descritta da René Girard: una comunità in difficoltà scarica le proprie tensioni su un soggetto innocente, e nel sacrificio ritrova una coesione fittizia. Funziona da millenni. Funziona ancora.
Le cause di ciò che lei chiama "invasione" Vale la pena, allora, dire qualcosa che nei comizi non si sente mai: perché le persone migrano? Non per capriccio, non per "colonizzare" l'Europa. Si migra perché si scappa. Dalle guerre, molte delle quali armate e alimentate proprio dall'Occidente, che vende armi e poi si indigna degli sbarchi. Dalla povertà di economie schiacciate da decenni di debito, accordi commerciali iniqui e sfruttamento delle risorse. Dai cambiamenti climatici che rendono interi territori invivibili, provocati in larghissima parte dai paesi ricchi, non da chi fugge. Dal collasso di Stati la cui instabilità è spesso figlia di interventi militari esterni: la Libia di cui parliamo spesso ne è l'esempio più vicino a noi. Chi arriva sui barconi non è l'avanguardia di un'invasione. È il prodotto finale di un sistema globale ingiusto, di cui l'Italia e l'Europa sono tra i principali beneficiari. Raccontarlo come un complotto islamico per "sostituirci" non è solo falso: è il modo più efficace per non guardare mai le proprie responsabilità.
Le parole che mancano nei comizi A chi fa della religione islamica un'arma di paura permanente, vale la pena ricordare cosa quel testo dice davvero sulla convivenza. Il Corano afferma: «Non vi è costrizione nella religione» (Corano 2:256) — un principio di libertà di coscienza che molti Stati europei hanno impiegato secoli a riconoscere. E ancora: «O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda» (Corano 49:13). Conoscersi a vicenda. Non sottomettersi, non invadere: conoscersi. È l'esatto contrario di ciò che viene urlato dai palchi. Si possono avere mille riserve legittime su singole pratiche, su singoli abusi, su singoli estremismi — e vanno combattuti, ovunque si annidino. Ma trasformare un miliardo e ottocento milioni di persone in un nemico indistinto è propaganda, non analisi. È pigrizia spacciata per coraggio.
Quanto ci costa C'è infine un conto da fare, ed è anche letterale. Un eurodeputato costa al contribuente europeo, tra indennità, diaria, rimborsi e staff, diverse centinaia di migliaia di euro l'anno. È denaro pubblico — anche dei lavoratori musulmani che pagano le tasse in Italia, va detto. È legittimo, allora, chiedersi cosa riceviamo in cambio di quell'investimento. Leggi? No. Soluzioni? No. Posti di lavoro creati, servizi migliorati, problemi risolti? No. Riceviamo comizi, interrogazioni senza seguito, visite a sorpresa davanti a ex supermercati, e un flusso costante di paura immessa nel dibattito pubblico. Il costo più alto, però, non è quello in euro. È il costo civile. È la moschea di Cagliari data alle fiamme. È il ragazzino con la testa spaccata ai giardinetti di Genova. È il clima avvelenato in cui certe parole, ripetute per anni dai palchi, trovano infine le mani di qualcuno disposto a tradurle in spranghe e benzina. Chi semina vento, diceva Maometto, raccoglie tempesta. La differenza è che il seminatore raccoglie anche le preferenze. La tempesta, invece, la raccolgono sempre gli altri.