Milano, i ragazzi che il mondo ha visto e nessuno ha ascoltato
Due notti di scontri e saccheggi hanno portato le periferie milanesi sugli schermi di mezzo mondo. I dati del Tribunale per i minorenni raccontano ragazzi giovanissimi, quasi tutti nati in Italia, molti figli dell'immigrazione. Il governo ha risposto con un decreto penale. La Francia ci ha già mostrato dove porta questa strada.
ميلانو: الشبان الذين رآهم العالم ولم يسمعهم أحد
ليلتان من الاشتباكات والنهب أوصلتا ضواحي ميلانو إلى شاشات نصف العالم. تكشف بيانات محكمة القاصرين عن شبان صغار السن، وُلد أغلبهم في إيطاليا، وكثيرون منهم أبناء الهجرة. وردّت الحكومة بمرسوم جنائي. وقد أرتنا فرنسا إلى أين يقود هذا الطريق.
I video durano pochi secondi e sono girati in verticale. Una vetrina che cade, un fumogeno rosso, le sedie di un bar lanciate in mezzo a via Torino, ragazzi con il cappuccio che si filmano mentre succede. Sabato 17 ottobre quei video erano su TikTok. Domenica erano sui telegiornali italiani. Lunedì giravano sulle televisioni di mezzo mondo, e il presidente degli Stati Uniti commentava le proteste collegandole all'immigrazione.
Per la prima volta, i ragazzi delle periferie di Milano sono arrivati agli occhi del mondo. Il problema è che il mondo ha visto le vetrine, e non loro.
Cosa è successo
Sabato 17 ottobre a Milano c'era una manifestazione contro il carovita, annunciata come pacifica. Le convocazioni erano girate sui social, tra TikTok, Telegram e Instagram, e parlavano di prezzi, carburanti, tagli alla scuola. Il corteo è stato travolto da centinaia di giovanissimi, molti minorenni, che hanno sfondato vetrine e saccheggiato negozi tra piazza del Duomo, via Torino e San Babila. Domenica è successo di nuovo, senza nessuna manifestazione convocata: è bastato il passaparola dei video del giorno prima. Disordini anche a Torino e Bologna. Secondo Confcommercio, i danni a Milano sono di circa un milione di euro; 14 poliziotti sono rimasti feriti.
Chi erano? I dati ufficiali più precisi sono quelli del Tribunale per i minorenni di Milano: dei 35 minori arrestati, la maggior parte ha 15 o 16 anni e 31 non hanno precedenti. 25 sono nati in Italia, 10 all'estero. 17 hanno un cognome italiano, 18 un cognome straniero. Nessuno è un minore straniero arrivato da solo. Secondo Open e il Post, in piazza c'erano ragazzi italiani e di seconda generazione, arrivati soprattutto dall'hinterland e dalle province vicine, molti alla loro prima manifestazione, senza partiti e senza leader. Accanto ai tricolori, qualche bandiera dei paesi d'origine.
È un ritratto preciso, e smonta due racconti opposti. Non è la rivolta degli «stranieri», come ha suggerito chi da lontano ha visto solo le immagini. E non è nemmeno una rivolta in cui le seconde generazioni non c'entrano, come ha detto il ministro della Difesa Crosetto. È una rivolta di ragazzi delle periferie, italiani di ogni origine, in cui i figli dell'immigrazione sono tanti. Nati qui, cresciuti qui, spesso ancora senza cittadinanza.
Cosa chiedono, anche quando non lo dicono
Nessuno di questi ragazzi ha scritto un manifesto. Una liceale di diciassette anni, intervistata da Open, ha parlato di «rabbia repressa». La giornalista Annalisa Camilli, su Internazionale, ha descritto una popolazione «di cui nessuno si occupa» e ha raccontato i controlli basati sull'aspetto, la cosiddetta profilazione razziale, che molti di loro conoscono da quando hanno dodici anni.
Non serve un manifesto per vedere i bisogni. Secondo Eurostat, in Italia lascia la scuola presto più di un giovane straniero su quattro, il 26,2% nel 2025, contro il 6,7% degli italiani. Un ragazzo nato a Milano da genitori marocchini o egiziani non può chiedere la cittadinanza prima dei diciotto anni, e poi ha un anno di tempo, come spieghiamo nella guida alla cittadinanza; la riforma dello ius scholae è ferma da anni, come abbiamo raccontato qui. E poi ci sono le cose che le statistiche non misurano: spazi per i ragazzi, centri di aggregazione, posti dove stare la sera senza spendere. E c'è il carovita da cui tutto è partito: in famiglie dove i genitori lavorano in nero o con contratti poveri, un ragazzo di sedici anni vede ogni giorno quello che non potrà comprare. Le vetrine del centro, per molti di loro, sono un mondo a mezz'ora di metro che non li riguarda.
Niente di questo spiega da solo un saccheggio. Ma senza questo, il saccheggio non si capisce.
Le immagini e il silenzio
Il modo in cui sono state usate le immagini è parte del problema. Le televisioni hanno trasmesso per giorni gli stessi pochi secondi: la vetrina, il cappuccio, il fumogeno. Le parole che le hanno accompagnate, in bocca ai politici, sono state «maranza» e perfino «guerra ibrida». Pochi hanno dato la parola a quei ragazzi, alle loro famiglie, ai loro insegnanti, agli educatori dei loro quartieri. Il giornalista Roberto Maggioni ha notato che in piazza non c'era «nessuno con cui parlare»: nessun mediatore, nessun interlocutore. Dopo, nelle redazioni, è successo lo stesso.
La risposta del governo è arrivata in tre giorni. Il decreto approvato il 20 ottobre crea il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, fino a cinque anni di carcere; presume che i ragazzi tra i 14 e i 18 anni siano capaci di intendere e di volere; estende anche a loro il fermo preventivo; fa pagare i danni ai genitori; manda a Milano 500 militari fino a fine anno. Non c'è una riga su scuola, lavoro, periferie o cittadinanza. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha detto che il problema non può essere solo di repressione. Il presidente della Repubblica ha chiesto «un'analisi approfondita». Per ora non è arrivata.
Lo abbiamo già visto altrove
Chi conosce la Francia ha un senso di déjà-vu. Il 27 ottobre 2005, a Clichy-sous-Bois, due ragazzi, Zyed Benna e Bouna Traoré, morirono fulminati in una cabina elettrica dove si erano nascosti durante un controllo di polizia. Le periferie francesi bruciarono per tre settimane: più di ottomila auto incendiate, oltre 2.700 arresti, lo stato d'emergenza. Le cause indicate allora furono la disoccupazione giovanile, i controlli di polizia, la discriminazione. La risposta del ministro dell'Interno di allora, Nicolas Sarkozy, fu la «tolleranza zero» e l'espulsione degli stranieri coinvolti, anche se la maggior parte dei rivoltosi era francese. Il processo ai poliziotti, dieci anni dopo, si chiuse senza condanne.
Il 27 giugno 2023, a Nanterre, Nahel Merzouk, 17 anni, fu ucciso da un colpo di pistola sparato da un poliziotto durante un controllo. Otto giorni di rivolte, più di tremila arresti. Il presidente Macron se la prese con i social network e con i videogiochi, e chiamò in causa i genitori.
Diciotto anni separano Clichy da Nanterre. In mezzo, la Francia ha fatto molte leggi sulla sicurezza e pochissimo per le banlieue. Il risultato è che la rivolta è tornata, con ragazzi ancora più giovani.
A Milano non c'è stato un ragazzo morto, e speriamo che non ci sia mai. Ma tutto il resto assomiglia in modo preoccupante: le periferie, i figli dell'immigrazione senza una voce, i social come miccia, la politica che risponde con il codice penale e i genitori da punire. Se l'Italia sceglie la strada francese, sappiamo già dove porta.
Chi deve parlare adesso
Questi ragazzi sono stati visti da tutto il mondo per due giorni. Adesso rischiano di tornare invisibili, con un fascicolo in più al Tribunale per i minorenni. Le comunità arabe e musulmane, le moschee, le associazioni dei quartieri, le scuole hanno un ruolo che nessun decreto può sostituire: ascoltarli prima che lo faccia qualcun altro. E i giornali, compreso questo, hanno un compito preciso: mostrare le facce, non solo i cappucci.
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