96 milioni per una falsa remigrazione. Qualcuno ha un'idea migliore?
L'Italia spende 96 milioni di euro per deportare il 10% dei migranti trattenuti, mentre gli stranieri residenti versano 4,6 miliardi netti in più di quanto ricevono dallo Stato.
96 مليون يورو لترحيل وهمي. هل يملك أحد فكرة أفضل؟
تُنفق إيطاليا 96 مليون يورو لترحيل 10% من المهاجرين المحتجزين، في حين يُسدِّد المقيمون الأجانب للدولة 4.6 مليار يورو صافياً أكثر مما يتلقونه منها.
C'è un esperimento mentale che vale la pena fare. Prendi 96 milioni di euro. Sono i soldi che lo Stato italiano ha speso nel 2024 per detenere i migranti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio — i CPR — più i centri in Albania. Poi prendi il risultato ottenuto: nel 2024 dai CPR italiani è stato effettivamente espulso solo il 10,4% degli stranieri trattenuti. Quasi il 45% delle persone rinchiuse stava semplicemente cercando di fare domanda di asilo. Quindi: 96 milioni di euro pubblici — tuoi, di chi legge questo articolo — per ottenere il 10% dei risultati dichiarati. Se un'azienda privata producesse rendimenti simili, i soci avrebbero già cambiato management. Nello Stato italiano, invece, si continua a investire, si ampliano i centri, si costruiscono nuovi capannoni in Albania. La domanda non è ideologica. È contabile: ha senso?
Partiamo dai fatti verificati, fonte per fonte. Il costo medio annuo di un posto letto nei CPR è di quasi 33mila euro. A Brindisi si arriva a 71mila euro per posto. A Torino 40mila. Il centro di detenzione di Gjadër in Albania è costato 74,2 milioni solo per la costruzione, e trattenere venti persone tra ottobre e dicembre 2024 è costato 114mila euro al giorno. Per il 2025, il costo medio di ogni singolo rimpatrio è stato di 3.637 euro. I rimpatri effettuati sono stati 6.772 — meno di 7.000 persone su una popolazione straniera regolare di oltre 5 milioni. La spesa totale: circa 25 milioni. E se si volesse davvero fare la "remigrazione" di cui parlano Salvini, Vannacci e Sardone? Rimpatriare solo il 10% degli stranieri residenti — circa 500mila persone su 5 milioni — costerebbe nell'ordine di 2 miliardi di euro. La remigrazione totale? Decine di miliardi. Soldi che non esistono, per un obiettivo che non si può raggiungere, propagandato da chi sa benissimo che non si raggiungerà mai.
C'è poi il paradosso più grande, quello che non appare mai nei comunicati della Lega. Lo Stato italiano spende 34,5 miliardi di euro in servizi e prestazioni sociali per i cittadini stranieri residenti. Ma quegli stessi stranieri versano nelle casse pubbliche, in tasse e contributi, 39,1 miliardi di euro: un contributo netto positivo di 4,6 miliardi a favore dell'erario. Tradotto in termini semplici: gli stranieri danno allo Stato italiano più di quanto ricevono. Sono, strutturalmente, un affare. Rimuoverli — ammesso che fosse possibile, che non lo è — significherebbe eliminare un contribuente netto, non una voce di spesa. In termini pro capite, uno straniero residente riceve 6.600 euro di servizi pubblici all'anno contro gli 11.600 degli italiani. Ma versa 7.400 euro all'anno in tasse e contributi, contro i 10.200 dei contribuenti italiani. Paga quasi quanto un italiano, riceve molto meno. Ed è lui il problema?
Proviamo a ragionare diversamente. Non con la propaganda, con la matematica. Un mediatore culturale costa allo Stato circa 17.000 euro lordi l'anno. Con 96 milioni si potrebbero assumere oltre 5.600 mediatori culturali per un anno intero — uno in ogni scuola italiana con una presenza significativa di alunni stranieri, in ogni pronto soccorso delle grandi città, in ogni questura con lo sportello immigrazione intasato. Figure che traducono, spiegano, prevengono conflitti, facilitano l'integrazione. Che costano meno di un posto letto a Brindisi. Con gli stessi soldi si potrebbero finanziare corsi di italiano gratuiti per tutti gli adulti stranieri residenti in Italia che ne fanno richiesta — oggi quasi inesistenti fuori dal volontariato. Si potrebbero potenziare gli sportelli unici per l'immigrazione nelle prefetture, dove oggi le pratiche di rinnovo permesso di soggiorno aspettano mesi, creando irregolarità involontaria in chi vuole semplicemente essere in regola. Si potrebbero costruire alloggi sociali per lavoratori stranieri regolari che oggi vivono in condizioni precarie — alimentando quella marginalità che poi la destra usa come argomento contro l'immigrazione. Non è utopismo. È un'alternativa concreta, misurabile, verificabile. Con gli stessi soldi.
Dal 2017 si rimpatria di meno, a costi più alti e in maniera sempre più coercitiva. «L'investimento nei CPR ha prodotto una crescita dei costi umani ed economici delle politiche di rimpatrio», ha commentato Giuseppe Campesi, dell'Università di Bari, tra i massimi esperti italiani di detenzione amministrativa. Il sistema non funziona per rimpatriare. Ma non è nemmeno pensato per integrare. È pensato per tenere visibile il problema senza risolverlo mai. Perché un problema risolto non fa voti. Una crisi permanente sì. «Una politica che ottiene il 10% dei risultati attesi è inammissibile, a meno che non si riconosca che l'obiettivo non è quello esplicito del rimpatrio, ma di assimilare le persone migranti ai criminali, erodendo le basi del diritto d'asilo», ha affermato Fabrizio Coresi di ActionAid. È una frase dura. Ma i numeri non lasciano molte altre interpretazioni.
96 milioni di euro. 10% di risultati. 4,6 miliardi di contributo netto degli stranieri alle casse dello Stato. 5.600 mediatori culturali che si potrebbero assumere con gli stessi soldi. Questi non sono argomenti di sinistra o di destra. Sono numeri. E i numeri, a differenza dei comizi, non mentono. La prossima volta che qualcuno vi parla di "rimpatri" e "remigrazione", chiedetegli una cosa sola: quanto costa, chi paga, e cosa otteniamo in cambio. Se non sa rispondere, probabilmente non gliel'ha mai chiesto nessuno.