Palestina, il sistema che uccide due volte
Pena di morte in Cisgiordania, accuse di genocidio a Gaza, ritiro israeliano dal Libano: un puzzle di crisi che ha un unico filo conduttore — l'impunità
فلسطين، النظام الذي يقتل مرتين
عقوبة الإعدام في الضفة الغربية، اتهامات بالإبادة الجماعية في غزة، الانسحاب الإسرائيلي من لبنان: لغز من الأزمات يجمعها خيط واحد — الإفلات من العقاب
C'è una logica in quello che sta accadendo nel Medio Oriente di questi mesi, e non è difficile da leggere se si smette di trattare ogni notizia come un evento isolato. La pena di morte ora applicabile nei tribunali militari israeliani ai palestinesi accusati di terrorismo in Cisgiordania, il monito dell'Alto Commissario ONU sui rischi di genocidio a Gaza, il presidente libanese Aoun che invoca il cessate il fuoco come unica via praticabile, Omar Barghouti che rilancia il boicottaggio come strumento di pressione globale: sono capitoli diversi dello stesso libro, e quel libro parla di un sistema di controllo che si sta istituzionalizzando.
Partiamo dai fatti più concreti. L'estensione della pena capitale ai processi nei tribunali militari — strutture già ampiamente criticate per la mancanza di garanzie processuali nei confronti degli imputati palestinesi — non è una misura di sicurezza straordinaria. È una scelta politica che normalizza una giustizia parallela, a due velocità, fondata sull'etnia. Nel frattempo, l'ONU chiede a Israele di adottare misure preventive contro atti di genocidio a Gaza: una formulazione che, nella burocrazia del diritto internazionale, ha il peso specifico di un'accusa. Non è retorica. È un campanello d'allarme che i governi occidentali continuano a trattare come rumore di fondo.
Il Libano aggiunge un'altra dimensione. Aoun parla di un dovere morale di fermare la guerra, ma la realtà è che Beirut non ha strumenti autonomi per farlo — dipende dalla diplomazia internazionale, la stessa che stenta a produrre risultati tangibili anche su Gaza. Ed è in questo vuoto che si inserisce la proposta del BDS, il movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Barghouti, co-fondatore del movimento, la presenta come l'unica pressione concreta disponibile alla società civile globale quando le istituzioni falliscono. Si può discutere dell'efficacia del boicottaggio, ma è difficile contestarne la logica quando i canali diplomatici producono dichiarazioni e non azioni.
Il quadro che emerge è quello di una crisi di accountability strutturale: diritto internazionale invocato ma non applicato, organismi ONU che parlano ma non vincolano, governi che bilanciano interessi economici e valori dichiarati. Per chi vive questa storia da vicino — e in Italia ci sono centinaia di migliaia di persone di origine araba che la seguono ogni giorno — il silenzio europeo non è neutralità. È una posizione.