Gaza, la fame ora si decide a tavolino: i tagli agli aiuti pesano più dei valichi
Il Wfp lascia senza assistenza mezzo milione di persone, mentre i panifici rischiano di chiudere. Dietro i numeri, una crisi che nasce nelle capitali dei donatori
غزة: الجوع يُقرَّر الآن على طاولات الاجتماعات، وتخفيضات المساعدات أشدّ وطأة من المعابر
برنامج الأغذية العالمي يترك نصف مليون شخص دون مساعدة، فيما تواجه المخابز خطر الإغلاق. وخلف الأرقام أزمة تبدأ في عواصم الدول المانحة
Per due anni la fame a Gaza è stata raccontata come conseguenza diretta della guerra: bombe, valichi chiusi, camion fermi alla frontiera. Oggi emerge un'altra causa, meno spettacolare e forse più inquietante: i soldi finiscono. Il Programma alimentare mondiale ha annunciato che da questo mese l'assistenza scende da 1,6 milioni a 1,1 milioni di persone, con 500mila palestinesi senza aiuti alimentari, razioni dimezzate e meno pasti caldi nelle cucine comunitarie. È la prima riduzione, dall'inizio del conflitto, che non dipende dai combattimenti né dai blocchi, ma da un bilancio.
Il dato va letto fuori da Gaza. Il Wfp ha ricevuto meno della metà dei fondi degli anni scorsi per la Palestina, e il suo budget globale è passato da circa 10 a 6,4 miliardi di dollari in un anno. I contributi americani si sono più che dimezzati, da 4,4 a circa 2 miliardi, mentre Germania, Francia e Regno Unito hanno tagliato in misura rilevante; secondo l'Ocse, l'aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi ricchi è calato del 23% nel 2025, la contrazione più forte mai registrata. Il sistema umanitario si regge sulla generosità volontaria di pochi governi occidentali: quando cambiano priorità, nessuno li sostituisce. Così Gaza entra in una graduatoria drammatica, in competizione con Sudan, Afghanistan, Sud Sudan e Siria. A chi togliere il cibo? È la domanda che le agenzie Onu si pongono ogni mese.
Intanto la fragilità sul terreno resta evidente. Per cinque giorni l'ingresso delle merci commerciali è stato sospeso nella disputa tra l'esercito israeliano e Hamas sulla tassa per ogni camion; Israele ha ora annunciato una ripresa graduale. Ma, secondo l'associazione dei panificatori citata da Wafa, i sette panifici ancora attivi rischiano di fermarsi entro 48 ore per l'esaurimento della farina. L'accordo di cessate il fuoco prevede almeno 600 camion di aiuti al giorno, e secondo fonti diplomatiche ne entrano di norma molti meno. In una Striscia dove quasi nessuno lavora e il reddito non esiste, il cibo che arriva dall'esterno è l'unica economia rimasta. Ogni interruzione, di un valico o di un bonifico, si traduce in piatti vuoti, proprio mentre l'inverno allaga le tende.
Le responsabilità sono distribuite, e vale la pena dirlo senza giri di parole. Chi ha intestato a sé il dopoguerra di Gaza dovrebbe garantirne anche la sopravvivenza; chi condanna la guerra a parole dovrebbe sostenere i suoi sforzi umanitari con i fatti. Il Wfp chiede 450 milioni di dollari per arrivare a marzo: per i bilanci dei grandi donatori è poco più di un arrotondamento. Per questo il silenzio dei governi, finora, pesa più di ogni cifra. Anche per chi in Italia segue da lontano la sorte dei propri familiari, o per chiunque tenga ai diritti umani, la questione è concreta: la fame non è un fenomeno naturale, è una scelta politica. E come tale si può cambiare.
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