Venti "uomini", i volti coperti, le spranghe in mano. Contro chi?
A Genova, adulti incappucciati pestano minori stranieri non accompagnati: un metodo, non una coincidenza.
عشرون «رجلاً»، الوجوه مغطاة، العصي في اليد. ضد من؟
في جنوة، بالغون بأقنعة يعتدون على قاصرين أجانب بلا مرافق: أسلوب منظم، وليس صدفة.
Una ventina di adulti. Caschi, passamontagna, spranghe. Si muovono in branco, di notte, e vanno a caccia di una trentina di ragazzini ai giardinetti di Genova Quinto. Tra i ragazzini, diversi minori stranieri non accompagnati — adolescenti senza famiglia, senza una rete, spesso senza nemmeno la piena consapevolezza dei propri diritti in un paese che non è il loro. Uno finisce al Gaslini con la testa spaccata. Chiamiamo le cose con il loro nome. Un adulto che si copre il viso per pestare un ragazzo non è un soldato, non è un vigilante, non è "uno che si fa giustizia da solo". È un codardo. Lo è chi organizza la spedizione, lo è chi tiene la spranga, lo è chi sceglie il bersaglio più debole della città — un minorenne senza nessuno dietro — perché sa che non c'è rischio di un confronto alla pari, solo il piacere di colpire chi non può rispondere.
Pochi giorni prima, stesso copione a San Fruttuoso: un altro minore non accompagnato, un altro gruppo a volto coperto, un altro colpo alla testa. È bastato perché si facesse strada l'ipotesi, tutt'altro che fantasiosa, di vere e proprie ronde organizzate, "spedizioni punitive" pianificate, non risse improvvisate. La Digos indaga e sta passando al setaccio i commenti sui social, dove probabilmente c'è chi ha incitato, applaudito, indicato il prossimo obiettivo. Quando un episodio isolato diventa due in pochi giorni, con la stessa dinamica, lo stesso tipo di vittima, lo stesso identico travestimento da anonimato, non si parla più di cronaca nera. Si parla di un metodo.
Il passamontagna nasconde più di un volto C'è un dettaglio che merita una riflessione più ampia di quella che gli si dedica di solito. Il volto coperto non serve solo a evitare la denuncia penale, serve anche a rendere l'episodio senza paternità politica verificabile. Un'aggressione anonima può essere letta, raccontata, rivendicata da chiunque voglia farlo, in qualsiasi direzione. Diventa una superficie neutra su cui si può proiettare quasi tutto: la rabbia spontanea di un quartiere esasperato, la regia di una rete organizzata, persino — nello scenario più cinico — un atto pensato apposta per produrre una reazione nella comunità colpita e così alimentare proprio il conflitto che si dice di voler prevenire. Non sappiamo, sulla base dei fatti riportati, quale di queste letture sia quella corretta a Genova. Ma vale la pena ricordare, come lente storica e non come accusa, che la storia offre più di un esempio di come si fabbrica artificialmente uno scontro.
Una storia che si ripete: il nemico vicino come distrazione Gli storici hanno un nome per la tecnica che usa episodi di violenza, amplificati o pilotati, per polarizzare una società e giustificare poi una stretta sulle libertà: in Italia la chiamiamo "strategia della tensione", coniata negli anni di piombo, ma il meccanismo è molto più antico e molto più diffuso. In Jugoslavia, vicini che avevano condiviso cortili e matrimoni per decenni si sono ritrovati nemici nel giro di pochi mesi, grazie a una manciata di incidenti amplificati dalla propaganda e trasformati in prova dell'odio reciproco. In Rwanda, la radio aveva preparato il terreno della disumanizzazione mesi prima che arrivassero i machete: la parola, sempre, precede il bastone. Le potenze coloniali in Africa e in Asia meridionale hanno applicato per secoli lo stesso principio — divide et impera — fomentando fratture etniche tra popolazioni che altrimenti avrebbero potuto unire le proprie rivendicazioni contro chi le governava davvero. Il meccanismo, in fondo, è sempre lo stesso: la rabbia di chi sta in basso viene indirizzata verso chi sta appena un gradino più in basso — il vicino povero, lo straniero, il diverso — e mai verso l'alto, verso chi decide salari, affitti, sanità, regole. Una popolazione che litiga con sé stessa nei giardinetti di periferia non chiede conto a nessuno delle pensioni che non bastano, delle liste d'attesa infinite, degli stipendi fermi da vent'anni. E un'emergenza sicurezza percepita, vera o costruita, è sempre la scusa più comoda per chi vuole leggi più dure e meno libertà, presentate come l'unica risposta possibile al caos.
Detto questo, quello che sappiamo per certo è più semplice e più urgente: un ragazzo è all'ospedale con la testa spaccata, qualcuno ha pensato che valesse la pena colpirlo, e lo ha fatto nascondendo il volto. Prima di scegliere un nemico povero e vicino su cui scaricare la rabbia, vale sempre la pena fermarsi un secondo e chiedersi: chi ci guadagna, da questa guerra tra ultimi?