Egitto, dieci anni dopo la rivoluzione: come Sisi ha spento il sogno di una nuova repubblica
La controrivoluzione egiziana spiegata senza filtri: dal 2011 a oggi, un paese che sembrava cambiare e invece è tornato al punto di partenza — o forse anche peggio
مصر، عشر سنوات بعد الثورة: كيف أطفأ السيسي حلم جمهورية جديدة
الثورة المضادة المصرية موضحة بدون تصفية: من 2011 إلى اليوم، بلد بدا أنه يتغير لكنه عاد إلى نقطة البداية — أو ربما إلى ما هو أسوأ
Ti ricordi Piazza Tahrir? Gennaio 2011, milioni di egiziani in strada, il mondo con gli occhi incollati sullo schermo. Sembrava l'inizio di qualcosa di nuovo. E invece, a distanza di anni, l'Egitto di oggi assomiglia molto più a una caserma che a una repubblica. Middle East Eye ricostruisce come quella stagione di speranza si sia trasformata in una delle più dure controrivoluzione che il mondo arabo abbia mai visto — con Abdel Fattah al-Sisi come protagonista assoluto.
Il punto di svolta è il 2013. Morsi, il presidente islamista eletto dopo la caduta di Mubarak, viene deposto con un colpo di stato militare. Sisi — allora capo delle forze armate — si presenta come il garante della stabilità. Poi arriva il massacro di Rabaa, agosto 2013: centinaia di manifestanti uccisi in piazza mentre protestavano contro il golpe. Da lì in poi è tutto in discesa. La Costituzione viene riscritta, le elezioni diventano uno spettacolo senza suspense, gli oppositori finiscono in carcere — o peggio. Oggi l'Egitto ha una delle popolazioni carcerarie politiche più alte al mondo: si parla di decine di migliaia di detenuti. Giornalisti, avvocati, attivisti, semplici cittadini che avevano osato pubblicare qualcosa sui social.
Perché questa storia interessa a chi vive in Italia? Perché gli egiziani sono una delle comunità arabe più presenti nel nostro paese — si stima oltre 130.000 persone, concentrate soprattutto a Milano, Roma e Torino. Molti di loro hanno parenti là, mandano rimesse ogni mese, seguono la situazione con un'apprensione che chi non ha vissuto quella realtà fatica a capire. E poi c'è il caso Regeni — Giulio, il ricercatore italiano torturato e ucciso al Cairo nel 2016 — che ha reso l'oppressione egiziana una questione che riguarda direttamente anche noi. I rapporti diplomatici tra Roma e Il Cairo restano complicati, la verità su quel caso ancora non è emersa del tutto, e il governo italiano continua a fare i conti con questa eredità scomoda.
Se vuoi approfondire, l'articolo originale di Middle East Eye è disponibile online in inglese. Per chi segue la diaspora egiziana in Italia, vale la pena tenersi aggiornati: le condizioni nel paese d'origine incidono direttamente su richieste d'asilo, ricongiungimenti familiari e clima politico all'interno della comunità.