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Libano sotto le bombe: tra i morti del Sud e la resistenza culturale di Beirut, un Paese che si frammenta
Jo Kassis · Pexels

Libano sotto le bombe: tra i morti del Sud e la resistenza culturale di Beirut, un Paese che si frammenta

Raid israeliani, piazze divise e filmmaker che filmano le macerie: il Libano affronta la guerra con corpi e identità spezzati

لبنان تحت القنابل: بين قتلى الجنوب والمقاومة الثقافية في بيروت، دولة تتفتت

غارات إسرائيلية وساحات منقسمة وفيلمة توثّق الأنقاض: لبنان يواجه الحرب بأجساد وهويات مكسورة

Raid israeliani nel sud del Libano, almeno dodici morti in un giorno. A Beirut la piazza sciita si mobilita, ma il resto del Paese tace. Una filmmaker documenta le macerie per non dimenticare. Tre segnali di un Paese che si frammenta mentre brucia.
غارات إسرائيلية على جنوب لبنان، اثنا عشر قتيلاً على الأقل في يوم واحد. في بيروت تتحرك الساحة الشيعية، لكن بقية البلد تصمت. فيلمة توثّق الأنقاض لكي لا تُنسى. ثلاث إشارات لدولة تتفتت وهي تحترق.
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Almeno dodici civili uccisi in un solo giorno nel sud del Libano — otto a Tayr Dibba, quattro a Deir Qanun al-Nahr, secondo fonti sanitarie citate da ANSAmed — e un raid che ha colpito il centro di Sidone, città a maggioranza sunnita da sempre percepita come lontana dal conflitto tra Hezbollah e Israele. I numeri si accumulano con la logica fredda delle cronache di guerra, ma nascondono una realtà molto più complessa: un Paese che non sta soltanto subendo i bombardamenti, ma si sta fratturando lungo linee antiche e mai del tutto rimarginate.

A Beirut, nel quartiere di Dahieh — cuore della comunità sciita e base di consenso di Hezbollah — la gente è scesa in piazza per condannare quella che definisce un'aggressione israeliana, rivendicando con orgoglio l'appartenenza all'«asse della resistenza». Le altre componenti del Paese erano assenti, secondo quanto riportato da Repubblica. Non è un dettaglio marginale: è la fotografia di un Libano che condivide le bombe ma non la narrativa, che soffre insieme ma non riesce a piangere insieme. In un paese già devastato da una crisi economica senza precedenti, da un porto esploso, da uno Stato che non funziona, la guerra rischia di essere l'ultimo chiodo in una bara costruita da decenni di malagestione e divisioni settarie.

Eppure, dentro questa spirale, c'è chi sceglie la cinepresa invece della resa. La filmmaker libanese Darine Hotait El Hajj, intervistata dal Corriere della Sera, difende con lucidità il valore dell'atto creativo in tempo di guerra: esistere è resistere, dice, e salvare Beirut dalla cancellazione significa documentarla, raccontarla, tenerla in vita attraverso le immagini. Non è retorica: è una strategia di sopravvivenza culturale che molti artisti e intellettuali arabi conoscono bene, dal Cairo a Baghdad, da Damasco a Gaza.

Il rischio concreto, oggi, è che il Libano venga letto solo attraverso il prisma di Hezbollah e Israele, come se fosse un teatro di una guerra altrui. Invece è un Paese reale, con quattro milioni di abitanti, comunità diverse, storie personali e una cultura che merita più di un trafiletto tra le notizie di guerra. Le dodici vittime del Sud avevano nomi. La piazza di Dahieh ha ragioni che andrebbero capite, non solo catalogate. E le immagini di El Hajj ci ricordano che il giornalismo, come il cinema, non può permettersi di smettere di guardare.

قُتل ما لا يقل عن اثنا عشر مدنياً في يوم واحد جنوب لبنان — ثمانية في تيرّ ديبّا، وأربعة في ديرّ قنون النهر، بحسب مصادر صحية نقلتها وكالة أنسا ميد — وغارة استهدفت مركز صيدا، المدينة ذات الأغلبية السنية التي طالما اعتُبرت بعيدة عن الصراع بين حزب الله وإسرائيل. تتراكم الأرقام بمنطق بارد تُملى عليه سجلات الحروب، لكنها تخفي واقعاً أكثر تعقيداً بكثير: دولة لا تقتصر معاناتها على تحمل القصف، بل تنقسم على طول خطوط قديمة لم تندمل أبداً بشكل تام.

في بيروت، في حي الضاهية — قلب الجالية الشيعية ومعقل الإجماع لحزب الله — نزل الناس إلى الشارع لإدانة ما يسمّونها عدواناً إسرائيلياً، مؤكّدين بفخر انتماءهم إلى «محور المقاومة». المكونات الأخرى في البلاد كانت غائبة، بحسب ما نقلته جريدة جمهورية. هذا ليس تفصيلاً هامشياً: هذه صورة لبنان يشاطر القنابل لكنه لا يشاطر الرواية، يعاني معاً لكنه لا يستطيع أن يبكي معاً. في بلد منهك بأساس من أزمة اقتصادية لم يشهد لها مثيل، من ميناء انفجر، من دولة لا تعمل، الحرب تخاطر بأن تكون آخر مسمار في نعش بُني على مدى عقود من سوء الإدارة والانقسامات الطائفية.

ومع ذلك، داخل هذه الحلقة المفرغة، هناك من يختار الكاميرا بدلاً من الاستسلام. المخرجة اللبنانية داريان حتيت الحج، التي أدلت بحديث لجريدة كوريير ديلا سيرا، تدافع بوضوح عن قيمة الفعل الإبداعي في زمن الحرب: الوجود مقاومة، كما تقول، وإنقاذ بيروت من الطمس يعني توثيقها وسرد قصتها والحفاظ على حياتها من خلال الصور. هذا ليس رطانة: إنها استراتيجية للبقاء الثقافي يعرفها جيداً الكثير من الفنانين والمثقفين العرب، من القاهرة إلى بغداد، من دمشق إلى غزة.

Il rischio concreto, oggi, è che il Libano venga letto solo attraverso il prisma di Hezbollah e Israele, come se fosse un teatro di una guerra altrui. Invece è un Paese reale, con quattro milioni di abitanti, comunità diverse, storie personali e una cultura che merita più di un trafiletto tra le notizie di guerra. Le dodici vittime del Sud avevano nomi. La piazza di Dahieh ha ragioni che andrebbero capite, non solo catalogate. E le immagini di El Hajj ci ricordano che il giornalismo, come il cinema, non può permettersi di smettere di guardare.

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الخطر الحقيقي اليوم هو أن يُقرأ لبنان فقط من خلال منظار حزب الله وإسرائيل، كما لو كان ساحة حرب تابعة لآخرين. لكنه دولة حقيقية، تضم أربعة ملايين نسمة، ومجتمعات متنوعة، وقصصاً شخصية وثقافة تستحق أكثر من سطور قليلة بين أخبار الحروب. الاثنا عشر ضحية في الجنوب كان لهم أسماء. لساحة الضاحية أسباب يجب أن نفهمها، لا أن نصنفها فقط. وصور الحج تذكّرنا بأن الصحافة، مثل السينما، لا تستطيع أن تسمح لنفسها بالتوقف عن المراقبة.

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