Caporalato, morti nei campi e annunci del governo: il solito copione italiano
Tra braccianti che muoiono di fatica e vertici istituzionali sul contrasto allo sfruttamento, l'Italia continua a produrre promesse più veloci dei cambiamenti reali
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Ogni estate, con la puntualità di un calendario agricolo, tornano le notizie sui braccianti morti nei campi. Caldo, fatica estrema, assenza di protezioni. E ogni estate, con altrettanta puntualità, arrivano i comunicati ufficiali: vertici in prefettura, annunci di controlli straordinari, sinergie istituzionali da rafforzare. Il problema è che questo copione si ripete da anni, e i campi continuano a essere luoghi dove la vita umana vale meno di un cassone di pomodori.
Venerdì scorso, presso la Prefettura di Roma, si è svolto un vertice governativo dedicato al contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura. L'impegno dichiarato: intensificare i controlli, colpire le situazioni a rischio, rafforzare le sinergie tra istituzioni. Parole corrette, persino condivisibili. Ma la domanda che nessun comunicato ufficiale si pone mai è scomoda e concreta: perché dopo anni di campagne straordinarie, di leggi sul caporalato (quella del 2016 è ancora sulla carta), di tavoli prefettizi, i braccianti — molti dei quali migranti provenienti dall'Africa subsahariana e dal Maghreb — continuano a morire? La risposta non è tecnica. È politica.
Lo Stato è strutturalmente assente là dove il profitto agricolo dipende da manodopera a basso costo, irregolare, ricattabile. Il caporale non è un'anomalia del sistema: è il sistema, tollerato finché abbassa i costi di produzione e rende competitivo l'agroalimentare italiano sui mercati internazionali. Chi raccoglie frutta e verdura che poi vediamo sugli scaffali dei supermercati europei raramente ha un contratto, raramente ha accesso al medico, raramente ha qualcuno che risponda se muore. Per i lavoratori stranieri, questa vulnerabilità è moltiplicata: senza permesso di soggiorno stabile, segnalare un abuso significa rischiare l'espulsione.
Un'analisi seria di questo fenomeno non può fermarsi alla logistica dei controlli. Deve interrogarsi su chi beneficia dello sfruttamento, su come le filiere della grande distribuzione scaricano i costi verso il basso, su come le politiche migratorie producono irregolarità e quindi ricattabilità. Finché i vertici istituzionali non affronteranno questi nodi strutturali, le campagne straordinarie resteranno quello che sono: ordinaria amministrazione del silenzio.