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Gaza resiste a modo suo: tra maratone e surf, la vita che non si arrende
Alaa Mahdi Kudaih · Pexels

Gaza resiste a modo suo: tra maratone e surf, la vita che non si arrende

Tredicimila persone a correre tra le macerie, ragazzi che fanno surf sotto i bombardamenti: non è retorica della resilienza, è qualcosa di più difficile da raccontare

غزة تقاوم بطريقتها: بين ماراثونات والرياضات المائية، حياة لا تستسلم

ثلاثة عشر ألف شخص يركضون بين الركام، وشباب يمارسون رياضة الصيد على الأمواج تحت القصف: هذه ليست بلاغة المرونة، بل شيء أصعب من ذلك في السرد

Una maratona con 13.000 partecipanti e ragazzi che fanno surf tra i bombardamenti: Gaza torna a fare notizia non solo per la distruzione. Un'analisi sul rischio della narrativa consolatoria e su cosa significa davvero raccontare la resistenza quotidiana di una popolazione sotto assedio.
ماراثون بـ 13 ألف مشارك وشباب يمارسون الصيد على الأمواج وسط القصف: تعود غزة لتصدر الأنباء ليس فقط بسبب الدمار. تحليل حول مخاطر السرد المريح وما يعنيه حقاً أن نروي المقاومة اليومية لسكان يعيشون تحت الحصار.
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C'è una parola che il giornalismo internazionale ha consumato fino a renderla quasi inutile quando si parla di Gaza: resilienza. Eppure, due notizie apparse in questi giorni costringono a tornare su quel concetto, non per celebrarlo, ma per interrogarlo seriamente.

Da un lato, la Maratona della Palestina è tornata a Gaza per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023 — secondo gli organizzatori con 13.000 partecipanti. Dall'altro, il *Corriere della Sera* ha raccontato la storia di Tahseen Abu Assi e Khalil Abu Jiab, due ragazzi che non hanno mai smesso di fare surf sulle coste di Gaza, nemmeno durante i bombardamenti. «Venivamo anche tra le bombe», dicono, con quella semplicità che vale più di mille analisi. Due storie apparentemente minori, in un conflitto che ha prodotto decine di migliaia di morti e una crisi umanitaria senza precedenti. Ma è proprio il loro essere *minori* che le rende significative.

Il rischio, però, è quello della narrativa consolatoria: usare queste immagini di corridori e surfisti per alleggerire il peso politico e morale di ciò che accade. Gaza non è una storia di spirito indomabile da consumare sui social. È un territorio sotto assedio, con infrastrutture distrutte, ospedali fuori uso, popolazione in condizioni disperate. La maratona e il surf non cambiano questo. Ma ci dicono qualcosa di preciso: che le persone, anche in condizioni estreme, non rinunciano a definirsi al di là della guerra. Non vogliono essere solo vittime, solo numeri, solo simboli di una tragedia altrui. Vogliono esistere, nel senso più banale e fondamentale del termine.

Per chi segue questa crisi dall'Italia — e sono molti, tra la comunità araba e non solo — queste notizie pongono una domanda scomoda: siamo capaci di tenere insieme la denuncia politica con il riconoscimento dell'umanità concreta di chi vive a Gaza? O oscilliamo tra l'indignazione da tastiera e la commozione da cartolina? La risposta non è nelle maratone, né nelle onde del Mediterraneo orientale. È nel tipo di attenzione che scegliamo di darle.

هناك كلمة استهلكها الصحافة الدولية حتى جعلتها شبه عديمة الفائدة عند الحديث عن غزة: المرونة. وفي الوقت نفسه، تفرض علينا خبران ظهرا في هذه الأيام العودة إلى هذا المفهوم، ليس للاحتفاء به، بل للتساؤل جدياً حوله.

من جهة، عادت ماراثون فلسطين إلى غزة للمرة الأولى منذ السابع من أكتوبر 2023 — وفقاً للمنظمين بـ 13 ألف مشارك. من جهة أخرى، روى *كوريير ديلا سيرا* قصة طحسين أبو عسى وخليل أبو جياب، وهما شابان لم يتوقفا أبداً عن الصيد على الأمواج على سواحل غزة، حتى أثناء القصف. «كنا نأتي حتى وسط القنابل»، يقولان، بتلك البساطة التي تساوي ألف تحليل. قصتان تبدوان صغيرتي الحجم على ما يبدو، في نزاع أسفر عن عشرات آلاف الوفيات وأزمة إنسانية بلا سابق. لكن هذا الحجم الصغير بالذات هو ما يجعلهما ذات دلالة.

المخاطرة، مع ذلك، هي السرد المريح: استخدام هذه الصور للعدائين وممارسي الصيد لتخفيف الثقل السياسي والأخلاقي لما يحدث. غزة ليست قصة روح لا تنكسر نستهلكها على وسائل التواصل الاجتماعي. إنها منطقة تحت الحصار، بنية تحتية مدمرة، مستشفيات خارج الخدمة، سكان في ظروف يائسة. الماراثون والصيد على الأمواج لا يغيران هذا الواقع. لكنهما يخبرانا بشيء محدد: أن الناس، حتى في ظروف قاسية جداً، لا يتنازلون عن تعريف أنفسهم بما هو أبعد من الحرب. لا يريدون أن يكونوا ضحايا فقط، أرقاماً فقط، رموزاً لمأساة الآخرين فحسب. يريدون أن يكونوا موجودين، بالمعنى الأبسط والأساسي للكلمة.

لمن يتابع هذه الأزمة من إيطاليا — وهناك الكثيرون، بين الجالية العربية وغيرها — تطرح هذه الأخبار سؤالاً محرجاً: هل نستطيع أن نجمع بين الإدانة السياسية والاعتراف بالإنسانية الحقيقية لمن يعيش في غزة؟ أم أننا نتأرجح بين الاستنكار من لوحة المفاتيح والانفعال من بطاقة بريدية؟ الإجابة ليست في الماراثونات، ولا في موجات البحر الأبيض المتوسط الشرقي. الإجابة في جودة الاهتمام الذي نختار أن نوليه.

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