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Modena, 16 maggio 2026. I fatti, le reazioni, le domande.

Modena, 16 maggio 2026. I fatti, le reazioni, le domande.

Un uomo con una storia psichiatrica dimenticata dalle istituzioni, due egiziani che lo fermano a mani nude, un lavoratore maliano ucciso nel silenzio: tutto quello che i comunicati politici non hanno detto.

مودينا، 16 مايو 2025. الوقائع، وردود الفعل، والأسئلة.

رجل بتاريخ نفسي نسيته المؤسسات، ومصريان يوقفانه بأيديهما الخاليتين، وعامل مالي قُتل في صمت: كل ما لم تقله البيانات السياسية.

Il 16 maggio a Modena una Citroen C3 ha investito una decina di persone in via Emilia Centro: otto feriti, quattro gravi. L'autore, Salim El Koudri, nato a Bergamo e con una storia psichiatrica non seguita dal 2022, è stato fermato da due cittadini egiziani. Mentre la politica parla di integrazione fallita, nessuno ha chiesto perché i servizi di salute mentale lo avessero perso di vista.

Il 16 maggio nel pomeriggio, in via Emilia Centro a Modena, una Citroen C3 ha imboccato il corso a velocità sostenuta e ha falciato una decina di persone. Otto feriti, quattro gravi. Una donna di 55 anni ha perso entrambe le gambe. Un marito e una moglie sono ricoverati insieme all'ospedale Maggiore di Bologna. Una turista tedesca. Una donna polacca. Persone che avevano la sola colpa di trovarsi sul marciapiede di una città emiliana in un sabato pomeriggio di maggio. L'uomo al volante è Salim El Koudri, 31 anni, nato a Bergamo, residente nel modenese, laureato in economia aziendale, attualmente disoccupato. Nel 2022 era stato attenzionato dal centro di salute mentale per disturbi schizoidi. Dopo quel periodo di osservazione se ne erano però perdute le tracce. Visit Venezia La pista terroristica è stata esclusa.

El Koudri è stato fermato grazie al coraggio di quattro cittadini, di cui due egiziani che lo hanno immobilizzato e consegnato alle forze dell'ordine. Negli attimi successivi altri stranieri, esercenti commerciali della zona, sono intervenuti prontamente. Erano pakistani, con i negozi in quella stessa via.

Uno di loro si chiama Osama Shalaby. Ha 56 anni, fa il muratore. Era lì con suo figlio Mohammed, 20 anni. Lo hanno disarmato e immobilizzato. "Non abbiamo avuto paura, siamo egiziani, abbiamo paura solo di Dio." Poi ha aggiunto: "Sono trent'anni che vivo in Italia ma non sono cittadino italiano. Spero che il mio gesto serva a qualcosa." Open ArmsOpen Arms Trent'anni in Italia. Un figlio cresciuto qui. Un aggressore disarmato a mani nude. E ancora nessun passaporto.

La macchina non si era ancora fermata che i comunicati erano già pronti. Il vicepremier Matteo Salvini ha parlato di "fallimento" dell'integrazione di molte seconde generazioni.

El Koudri è nato a Bergamo. È italiano. Non ha un permesso di soggiorno da revocare. Il decreto Salvini non si applica ai cittadini italiani, anche quando fanno cose orribili. Vannacci sui social ha scritto che quanto accaduto a Modena "non può essere derubricato a semplice episodio di cronaca o a follia di uno squilibrato", invocando la remigrazione e sostenendo che "chi porta violenza, disprezzo delle regole e rifiuto dell'integrazione deve essere rimpatriato." Rimpatriato dove, esattamente, un uomo nato a Bergamo? La logica della remigrazione applicata alle seconde generazioni presuppone che il luogo di nascita dei genitori valga più del luogo di nascita della persona. Nel diritto internazionale questa posizione ha un nome preciso: apolidia forzata. La Convenzione del 1954 sullo statuto degli apolidi e quella del 1961 sulla riduzione dell'apolidia — entrambe ratificate dall'Italia — la vietano esplicitamente. Non è un'opinione progressista. È un trattato firmato.

C'è un meccanismo che si ripete ogni volta che accade qualcosa di simile. La nazionalità dell'autore entra nei titoli dei giornali. La nazionalità di chi ha fermato l'autore arriva, se arriva, in fondo all'articolo. Talvolta non arriva affatto. Sette giorni fa, a Taranto, un fatto speculare è accaduto in direzione opposta, nel silenzio quasi totale della politica nazionale. Bakari Sako, 35 anni, originario del Mali, residente regolare in Italia, si stava recando al lavoro in bicicletta alle cinque del mattino. Nello zaino aveva guanti, una bottiglia d'acqua e una penna. Un gruppo di ragazzi lo ha accerchiato, inseguito e colpito tre volte con un oggetto acuminato. È morto dissanguato dopo essersi rifugiato in un bar il cui proprietario, stando alle prime ricostruzioni, lo ha invitato a uscire senza chiamare i soccorsi.

La procuratrice Eugenia Pontassuglia ha detto: "Da un lato abbiamo la vita di un ragazzo di 35 anni regolare sul territorio italiano che alle cinque di mattina in bicicletta si stava recando a svolgere un'attività che consentiva di mantenere la sua famiglia. Dall'altro ragazzi di 15-16 anni che a quell'ora scorrazzavano per la città alla ricerca della persona da colpire. E la persona da colpire è la persona vulnerabile, è la persona indifesa, è la persona di colore." Salvini non ha twittato. Vannacci non ha invocato la remigrazione dei ragazzi italiani che lo hanno ucciso. Nessuno ha parlato di fallimento dell'integrazione. Bakari era il lavoratore straniero che secondo gli stessi slogan elettorali "ruba il lavoro agli italiani". Quel mattino pedalava verso i campi alle cinque. La differenza di trattamento mediatico e politico tra i due episodi non ha bisogno di commento. Si commenta da sola, con tutta la brutalità dei fatti.

C'è una domanda che nessuno dei comunicati politici di ieri ha fatto. El Koudri era stato attenzionato nel 2022 per disturbi schizoidi. Quattro anni di silenzio istituzionale su una persona con una diagnosi psichiatrica conclamata. Quattro anni in cui nessun servizio territoriale lo ha seguito, supportato, monitorato. Questo non è un problema di immigrazione. È un problema di sanità pubblica, di welfare, di risorse destinate alla salute mentale che in Italia scarseggiano da decenni indipendentemente da chi governa. Ma la salute mentale non fa slogan. Non divide l'elettorato con la nettezza di un confine. È molto più semplice parlare di permessi di soggiorno a punti.

Il referente dell'associazione islamica di Ravarino ha dichiarato di non aver mai visto El Koudri nel centro culturale: "Conosco bene il padre. Di lui posso solo dire che è una persona per bene, così come il resto della famiglia. Siamo davvero sconvolti. La nostra è una piccola comunità, ci conosciamo tutti. Ho chiesto anche ad amici e volontari: nessuno conosce Salim." El Koudri non era inserito nella comunità islamica locale. Non frequentava il centro culturale. Era, secondo le prime ricostruzioni, un uomo solo, disoccupato, con una storia psichiatrica non seguita. Il profilo non è quello del radicalizzato. È quello dell'abbandonato.

Cosa rimane? Rimangono otto persone ferite. Rimane una donna senza gambe. Rimangono un marito e una moglie in terapia intensiva a Bologna. Rimane Osama Shalaby, 56 anni, che vive in Italia da trent'anni, ha disarmato un uomo a mani nude e non ha ancora il passaporto. Rimane Bakari Sako, che non tornerà mai in Mali a vedere i suoi figli nascere. Rimane la domanda che nessuno ha fatto: se i servizi di salute mentale avessero avuto le risorse per seguire El Koudri dopo il 2022, saremmo qui a scrivere questo articolo? Non lo sapremo mai. È più comodo non chiederselo.

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