Gaza, il 'fantasma' è morto. Ma la pace resta un miraggio
L'eliminazione di Ezzal-Din al-Haddad riapre la questione irrisolta: a che prezzo si costruisce una tregua?
غزة، 'الشبح' مات. لكن السلام يبقى سراباً
القضاء على عزّ الدين الحداد يعيد فتح القضية العالقة: بأي ثمن تبنى هدنة؟
Un raid aereo israeliano nel quartiere di Rimal, nel cuore di Gaza City. Almeno sette morti. E l'annuncio che rimbalza dalle moschee: Ezzal-Din al-Haddad, capo militare di Hamas e ultimo superstite dei comandanti che pianificarono il 7 ottobre, è stato ucciso. Israele celebra. Il mondo osserva. E la fragile architettura di una tregua — già precaria — torna a scricchiolare sotto i colpi di una logica militare che non sembra voler lasciare spazio alla diplomazia.
Haddad era noto come «il fantasma»: sfuggito per mesi a ogni tentativo di eliminazione, era diventato quasi un simbolo della capacità di Hamas di sopravvivere all'offensiva israeliana. La sua morte chiude simbolicamente un cerchio aperto il 7 ottobre 2023, ma non risponde alla domanda che conta davvero: cosa viene dopo? L'inviato del Board of Peace, interpellato sulla situazione, ha dichiarato che la tregua «funziona, ma non è perfetta», aggiungendo che Hamas deve disarmarsi senza però essere cancellato come movimento politico. Una distinzione sottile, ma cruciale: confondere la componente militare con quella politica di qualsiasi organizzazione è un errore che la storia ha già punito più volte.
Mentre si discute di tregue e cessate il fuoco, la realtà di Gaza racconta altro. Rula Jebreal, intervenuta al Salone del Libro di Torino, ha usato parole durissime: Israele avrebbe ridotto Gaza a una «bomba batteriologica», un territorio dove le condizioni sanitarie e umanitarie sono ormai al collasso. Non è retorica: è la fotografia di un sistema civile smantellato, dove ogni accordo diplomatico rischia di essere lettera morta se non accompagnato da un accesso concreto agli aiuti. E mentre si combatte a Gaza, in Cisgiordania i bulldozer avanzano: famiglie palestinesi vengono espulse dalle loro case per far posto a un parco a tema dedicato al Re Salomone, progetto guidato in larga parte dai coloni. La guerra non ha un solo fronte.
La morte di Haddad non è la fine di nulla. È, semmai, un nuovo inizio di tensione. La domanda che l'Occidente — e l'Italia, con i suoi legami mediterranei — dovrebbe porsi non è «chi è stato eliminato», ma «chi costruirà il giorno dopo». Finché quella domanda resterà senza risposta, ogni tregua sarà solo una pausa tra un bombardamento e il successivo.