Il lavoro fatto bene è adorazione
«Il lavoro è adorazione» è un proverbio, non un detto del Profeta. Ma i testi autentici dicono qualcosa di simile, e aggiungono una cosa che i proverbi dimenticano: il salario va pagato.
العمل المتقَن عبادة
«العمل عبادة» مَثَلٌ شائع وليس حديثاً نبوياً. لكن النصوص الصحيحة تقول شيئاً قريباً منه، وتضيف ما تنساه الأمثال: يجب دفع الأجر.
Bergamo, un cantiere in un condominio degli anni Settanta da ristrutturare. Karim fa il piastrellista da dodici anni. È arrivato dal Marocco a ventidue, ha cominciato portando secchi di colla e adesso il titolare gli lascia i bagni più difficili. Sta finendo le fughe dietro il mobile del lavandino, in un angolo che nessuno vedrà mai più. Il collega più giovane lo guarda: «Tanto lì ci va il mobile. Chi lo vede?». Karim continua. «Lo vedo io». Poi aggiunge, mezzo in arabo e mezzo in italiano, la frase che ripeteva suo padre: «al-'amal 'ibada», il lavoro è adorazione.
Suo padre, probabilmente, pensava di citare il Profeta. Non era così. Ma la sostanza della frase ha basi solide.
Un proverbio, non un hadith
«Il lavoro è adorazione» è un detto popolarissimo nel mondo arabo, stampato su calendari e ripetuto nelle prediche. Nel 2023 la Dar al-Ifta egiziana, l'istituzione che in Egitto emette i pareri religiosi ufficiali, ha chiarito che è «un semplice detto, non un hadith»: l'espressione è lecita, ma non va attribuita al Profeta.
Stessa sorte per altre frasi famose. «Lavora per la tua vita terrena come se vivessi per sempre, e per l'altra come se dovessi morire domani» è considerata senza fondamento come detto del Profeta da al-Albani, uno dei maggiori esperti di hadith del Novecento. «Dio ama il credente che ha un mestiere» è classificato debole. E perfino il bellissimo «Dio ama che, quando uno di voi fa un lavoro, lo faccia con perfezione» divide gli studiosi: al-Albani lo considerava accettabile, altri ne giudicano debole la catena di trasmissione. Si può citare come detto diffuso, non usarlo come prova.
Allora cosa resta? Più di quanto si pensi.
Il testo
Nella raccolta di al-Bukhari, la più autorevole, c'è questo detto del Profeta, riferito da un compagno, al-Miqdam:
«Nessuno ha mai mangiato un cibo migliore di quello guadagnato con il lavoro delle proprie mani.» (Sahih al-Bukhari 2072; traduzione della redazione)
Il detto continua ricordando che anche il profeta Davide, re secondo la Bibbia e il Corano, viveva del lavoro delle sue mani.
Il contesto
La Mecca era una città di mercanti, e Medina un'oasi di agricoltori. Lavorare non era un'idea astratta. Lo stesso Profeta, secondo un altro detto autentico, da giovane aveva pascolato le pecore della gente della Mecca in cambio di poche monete, e diceva che non c'era stato profeta che non avesse fatto il pastore (Sahih al-Bukhari 2262). In un altro detto, il Profeta dice che è meglio prendere una corda, raccogliere legna e venderla, piuttosto che chiedere l'elemosina (Sahih al-Bukhari 1471): il lavoro come dignità, prima ancora che come guadagno.
Anche il Corano tiene insieme fede e lavoro. Dopo la preghiera comunitaria del venerdì, un versetto dice: «Quando poi l'orazione è conclusa, spargetevi sulla terra» per cercare il proprio sostentamento (62:10, traduzione di Hamza Roberto Piccardo). In un altro passo la terra è descritta come resa docile all'uomo: «percorretela in lungo e in largo, e mangiate della Sua provvidenza» (67:15).
Ma il punto che unisce la frase di Karim ai testi autentici è un concetto: ihsan, cioè fare bene, con eccellenza. In un detto riportato da Muslim il Profeta afferma che Dio ha prescritto l'ihsan «in ogni cosa» (Sahih Muslim 1955). Gli esempi che il detto fa riguardano la macellazione degli animali, e applicarlo al lavoro è un'estensione, legittima perché la frase dice «in ogni cosa». E nel celebre dialogo con l'angelo Gabriele, il Profeta definisce l'ihsan così: adorare Dio come se lo vedessi, perché anche se tu non lo vedi, Lui vede te (Sahih Muslim 8). È esattamente l'idea della fuga dietro il mobile: fare bene ciò che nessuno controllerà.
Cosa significa qui e ora
La Costituzione italiana comincia con una frase che un musulmano praticante trova familiare: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». E l'articolo 4 aggiunge che ogni cittadino ha il dovere di svolgere un'attività che concorra «al progresso materiale o spirituale della società». Materiale o spirituale: anche i costituenti, a modo loro, tenevano insieme le due cose.
I lavoratori stranieri sono una parte grande di questo progresso. Secondo il sedicesimo rapporto del Ministero del Lavoro, pubblicato a luglio 2026, nel 2025 gli occupati stranieri in Italia erano oltre 2,5 milioni, il 10,7% del totale. Ma sono distribuiti in modo diseguale: rappresentano il 9,5% di chi fa una professione intellettuale e il 31,6% di chi fa un lavoro non qualificato. E pagano un prezzo più alto. Nel 2025 i lavoratori stranieri hanno presentato 123 mila denunce di infortunio, quasi un quarto del totale, e 251 di quelle denunce riguardavano incidenti mortali.
Ecco perché il discorso sul lavoro fatto bene non può fermarsi a chi lavora.
La voce contraria, e il limite
Una certa retorica religiosa, islamica e non solo, usa la sacralità del lavoro per dire: lavora e non lamentarti. I testi autentici dicono altro. In un detto riportato da al-Bukhari, il Profeta riferisce le parole di Dio: «Sarò avversario di tre persone nel Giorno della Resurrezione», e tra queste c'è chi ha assunto un lavoratore, ha ottenuto da lui tutto il lavoro e non gli ha pagato il salario (Sahih al-Bukhari 2227). Il più famoso «date al lavoratore il suo salario prima che si asciughi il suo sudore» ha un grado discusso: alcuni lo accettano per le diverse vie di trasmissione, altri, come Ibn Kathir, lo considerano debole. Il concetto, comunque, è già tutto nel detto di al-Bukhari.
E c'è il riposo. A un compagno che digiunava ogni giorno e pregava tutta la notte, il Profeta disse di smettere: «il tuo corpo ha un diritto su di te, e i tuoi occhi hanno un diritto su di te» (Sahih al-Bukhari 1975). L'eccellenza non è sfinimento.
Karim, quel giorno, ha finito le fughe. Al collega più giovane non ha fatto la predica. Gli ha solo detto che fra vent'anni qualcuno toglierà quel mobile, e troverà un lavoro fatto bene. «E la busta paga controllala sempre», ha aggiunto. «Anche quello è fare le cose bene».
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