Allah è «un altro dio»?
Allah è la parola araba per Dio, e la usano anche i cristiani arabi nelle loro Bibbie e nelle loro messe: dove cristiani e musulmani si dividono non è il nome, è il modo di pensarlo.
هل الله «إله آخر»؟
«الله» هي الكلمة العربية التي تعني الإله، ويستخدمها المسيحيون العرب أيضاً في كتبهم المقدسة وفي قداديسهم: ما يفرّق بين المسيحيين والمسلمين ليس الاسم، بل طريقة التفكير فيه.
Milano, una domenica di settembre. Mina ha quindici anni, è nata a Milano da genitori egiziani e la mattina va a messa nella chiesa copta ortodossa del suo quartiere. Il pomeriggio è a casa di un'amica di scuola, Giulia, e mentre guardano una serie sul divano scappa a Mina un'esclamazione: «Ya Allah!». Giulia si gira di scatto: «Ma tu non eri cristiana?». Mina ride. «Sì. In arabo Dio si dice Allah. Anche in chiesa».
Giulia non è l'unica a stupirsi. Molti italiani pensano che Allah sia il nome proprio di una divinità diversa, «il dio dei musulmani», come Zeus era il dio dei Greci. In questa rubrica traduciamo sempre Allah con Dio. Questa volta facciamo un'eccezione, perché l'argomento è proprio la parola.
Una parola araba, prima di tutto
Allah è la parola che la lingua araba usa per dire Dio. Secondo l'interpretazione più diffusa tra gli studiosi, è la contrazione di al-ilah, «il Dio», con l'articolo. Nel 1929 l'arabista Carlo Alfonso Nallino scriveva nell'Enciclopedia Italiana che la contrazione esisteva già nell'Arabia pagana, prima dell'Islam. La parola ha parenti stretti in tutta la famiglia delle lingue semitiche: l'ebraico eloah, l'aramaico elah, il siriaco alaha. L'Enciclopedia Britannica è più prudente sull'etimologia, e scrive che Allah viene «probabilmente» da al-ilah. Sul significato, invece, nessun dubbio: Allah è Dio, il Dio unico.
I cristiani arabi lo usano da sempre. Una delle Bibbie arabe più diffuse, la traduzione Smith-Van Dyck pubblicata nel 1865, comincia così: «In principio Allah creò il cielo e la terra». Prima ancora dell'Islam, in iscrizioni cristiane del VI secolo trovate in Siria e in Arabia, si legge al-ilah, la forma piena da cui Allah deriva: a Zabad, nel nord della Siria, nel 512, e a Dumat al-Jandal, in Arabia saudita, accanto a una croce, intorno al 548. E c'è un caso a un'ora di volo dall'Italia. A Malta, paese cattolico, la lingua nazionale discende dall'arabo, e il Credo della messa comincia così: «Jiena nemmen f'Alla wieħed», io credo in un solo Dio.
Il testo
Il Corano si rivolge spesso agli ebrei e ai cristiani, che chiama «gente della Scrittura». In un versetto della ventinovesima sura chiede ai musulmani di discutere con loro solo nel modo migliore, e di dire:
«Il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio ed è a Lui che ci sottomettiamo.» (Corano 29:46, traduzione di Hamza Roberto Piccardo)
Un dettaglio interessante: Piccardo, che nel resto della sua traduzione lascia quasi sempre «Allah», qui scrive «Dio». Il motivo è nel testo arabo, che in questo punto non usa Allah ma ilah, la parola comune per «divinità»: il nostro ilah e il vostro ilah è uno.
Il contesto
La sura del Ragno è classificata tra quelle rivelate alla Mecca, quando i musulmani erano pochi e il confronto principale era con i politeisti della città. Il versetto rivendica una continuità: il Dio che ha parlato ad Abramo, a Mosè e a Gesù è lo stesso che, per i musulmani, ha parlato a Muhammad. Per questo il Corano non presenta Allah come un dio nuovo, ma come il Dio di sempre, chiamato con il nome che la lingua araba già conosceva.
Dall'altra parte, la Chiesa cattolica ha detto qualcosa di molto simile nel 1965. La dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II guarda «con stima i musulmani che adorano l'unico Dio». La costituzione Lumen Gentium, un anno prima, aveva scritto che i musulmani adorano «con noi un Dio unico, misericordioso».
Cosa significa qui e ora
Il nome, quindi, non è il problema. Eppure può diventarlo. In Malesia, paese a maggioranza musulmana con una forte minoranza cristiana, per anni il governo ha vietato al settimanale cattolico The Herald di usare la parola Allah nella sua edizione in lingua malese. L'Alta corte nel 2009 aveva dato ragione al giornale, la Corte d'appello nel 2013 al governo, e la Corte federale nel 2015 ha chiuso il caso respingendo l'ultimo ricorso della Chiesa. In un altro caso, quello di una donna cristiana, Jill Ireland, a cui erano stati sequestrati dei CD religiosi, l'Alta corte nel 2021 ha invece dichiarato illegittimo il divieto, e nel 2023 il governo ha ritirato l'appello. Una parola che i cristiani malesi usavano da secoli è diventata una questione di confine tra comunità.
In Italia la discussione passa soprattutto dalle traduzioni. Chi traduce il Corano deve decidere se scrivere Allah o Dio. L'islamologo Paolo Branca, su Avvenire, ha osservato che la scelta di mantenere Allah, invece di tradurlo come fanno anche i cristiani arabi, dice già qualcosa su come si pensa il rapporto tra le due fedi. Lasciare la parola in arabo la rende esotica, e la fa sembrare il nome di qualcun altro.
La voce contraria
Detto questo, sarebbe troppo semplice concludere che cristiani e musulmani credono nella stessa cosa. Nel dicembre 2015 Larycia Hawkins, docente al Wheaton College, un'università evangelica dell'Illinois, scrisse che cristiani e musulmani adorano lo stesso Dio. Il college la sospese e dopo due mesi le due parti si separarono con un accordo. Per molti teologi evangelici, come il battista Albert Mohler, un Dio che non è Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, non è il Dio cristiano. E dal lato musulmano lo stesso Corano è netto: sono miscredenti quelli che dicono che Dio è «il terzo di tre» (5:73).
Il teologo croato Miroslav Volf, che insegna a Yale, ha proposto una distinzione utile: il riferimento è lo stesso, la descrizione è in parte diversa. Lo studioso cattolico Sidney Griffith gli ha risposto che la risposta giusta è «sì e no», e che il nodo sta in chi sia davvero Gesù. Su questo le due fedi non coincidono, e nessuna scelta di traduzione lo cambierà.
Mina e Giulia, comunque, la questione l'hanno risolta a modo loro. Giulia adesso, quando perde l'autobus, dice «ya Allah» anche lei. Mina le ha spiegato che è come dire «oddio».
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