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Tunisia: quando il corpo è l'unica aula di tribunale rimasta

Tunisia: quando il corpo è l'unica aula di tribunale rimasta

Scioperi della fame nelle carceri tunisine.

تونس: عندما يصبح الجسد القاعة الوحيدة للمحكمة

إضرابات الجوع في السجون التونسية

Quando le vie legali sono bloccate e le tutele formali non funzionano, lo sciopero della fame diventa nelle carceri tunisine non un gesto estremo ma una pratica sistematica di resistenza. Un commento sul vuoto di giustizia che lo rende possibile.
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C'è un momento in cui il sistema giudiziario smette di essere un luogo dove si cerca giustizia e diventa semplicemente un muro. In Tunisia, secondo quanto ricostruito da Inkyfada, quel momento è già arrivato da tempo per molti detenuti politici. E quando il muro è invalicabile, il corpo diventa l'unico linguaggio che resta.

Lo sciopero della fame non nasce dal nulla. Nasce dalla certezza — non dal sospetto — che nessun ricorso legale funzionerà, che nessuna udienza cambierà qualcosa, che nessuna tutela formale verrà attivata davvero. È in questo vuoto che il rifiuto del cibo si trasforma da gesto estremo e individuale in pratica collettiva e sistemica. Non è più l'eccezione disperata di un singolo detenuto: è diventato un metodo riconoscibile di resistenza nelle carceri tunisine.

Questo è il punto che vale la pena fermarsi a capire, soprattutto per un lettore italiano abituato a inquadrare queste notizie dentro la categoria delle "crisi umanitarie". La prospettiva che emerge dalla stampa araba indipendente è diversa, e più scomoda: non si parla di emergenza, si parla di struttura. Il sistema non è semplicemente in difficoltà — in certi ambiti funziona esattamente come chi lo governa vuole che funzioni.

La Tunisia post-2021 ha vissuto una concentrazione di potere progressiva sotto la presidenza Saied, con la riscrittura della Costituzione, lo scioglimento del Parlamento e una campagna di arresti che ha colpito oppositori, giornalisti, avvocati, attivisti. Quello che Inkyfada documenta è la conseguenza concreta di tutto questo all'interno delle mura carcerarie: meccanismi di protezione legale che non scattano, percorsi giudiziari che si bloccano, famiglie che aspettano notizie per settimane.

In questo contesto, rifiutare il cibo è un atto politico prima ancora che un atto di disperazione. È l'unica forma di pressione pubblica che un detenuto può ancora esercitare, sapendo che — se la notizia filtra fuori — potrebbe mobilitare attenzione, avvocati, familiari, media. È, paradossalmente, una strategia di comunicazione nata dall'impossibilità di comunicare in qualsiasi altro modo.

Per chi segue il Maghreb da questa parte del Mediterraneo, questa lettura cambia la prospettiva. Non si tratta di raccontare corpi che soffrono — si tratta di capire chi ha tolto loro qualsiasi altra parola. E chiedersi, senza retorica, cosa significa che un paese a poche ore di volo dall'Italia sia arrivato a questo punto con pochissimo rumore intorno.

Rassegna a cura di Arabita · Fonte: Inkyfada · Articolo originale ↗
عرض صحفي من إعداد عربيطا · المصدر: Inkyfada · المقال الأصلي ↗
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