Palestina, tra denuncia e resistenza nonviolenta: due donne, un solo fronte
Mentre Francesca Albanese porta in Senato le prove di una tortura sistematica, Amira Musallam sfida israeliani e mondo a stare fisicamente accanto ai palestinesi in Cisgiordania
فلسطين، بين الدعوة والمقاومة اللاعنفية: امرأتان، جبهة واحدة
بينما تحمل فرانتشيسكا ألبانيزي إلى مجلس الشيوخ أدلة التعذيب المنهجي، تتحدى أميرة مسلّم الإسرائيليين والعالم للوقوف جسديًا إلى جانب الفلسطينيين في الضفة الغربية
Arrivano quasi in simultanea, e non è un caso. Due notizie dalla Palestina — o meglio, sulla Palestina — che parlano lingue diverse ma raccontano la stessa urgenza: quella di non guardare dall'altra parte.
Da un lato, Francesca Albanese, relatrice speciale dell'ONU per i Territori palestinesi occupati, ha scelto l'Italia — e in particolare il Senato della Repubblica — per presentare il suo ultimo rapporto. Il documento non lascia spazio a interpretazioni ambigue: nei Territori occupati esiste una prassi di tortura collettiva applicata in modo sistematico. Non episodi isolati, non eccessi individuali. Un sistema. Il fatto che Albanese abbia scelto Palazzo Madama come palcoscenico politico trasforma il rapporto da atto documentale a pressione diplomatica diretta sul governo italiano. Un passaggio che Arabita News segue con attenzione, anche perché l'Italia resta uno degli interlocutori europei con margini ancora aperti sul dossier mediorientale.
Dall'altro lato, da Betlemme arriva la storia di Amira Musallam. Aveva dodici anni quando parte della sua casa venne distrutta. Avrebbe potuto trasformare quel trauma in chiusura, in odio, in rassegnazione. Invece ha fatto qualcosa di più difficile: ha deciso di costruire ponti. Oggi dirige Unarmed Civilian Protection in Palestine, un'organizzazione che forma e coordina volontari internazionali — compresi israeliani — per fare presenza protettiva non armata nelle comunità palestinesi più esposte in Cisgiordania. Niente armi. Solo corpi presenti, testimonianze, visibilità. Una forma di resistenza che scommette sull'umanità condivisa anche quando tutto sembra negarla.
Queste due storie, lette insieme, restituiscono una fotografia complessa del presente palestinese. Da una parte il piano della denuncia istituzionale, con i suoi rapporti, i suoi numeri, le sue sedi diplomatiche. Dall'altra il piano della presenza fisica, del volontariato, della scelta personale di mettersi nel mezzo. Non si contraddicono: si completano.
Ciò che colpisce è il ruolo delle donne in entrambi i casi. Non come simbolo, ma come soggetti politici concreti, con strategie diverse e una determinazione comune. In un conflitto dove la narrazione è spesso monopolizzata da voci militari o governative, queste figure aprono un corridoio diverso.
L'Italia, che ospita istituzioni come il Senato e comunità palestinesi radicate sul territorio, ha strumenti per non restare spettatrice. La domanda è se intende usarli.