Gaza e oltre Gaza
Perché il mondo guarda qui, mentre altre crisi scompaiono dal radar
غزة وما وراء غزة
القضية الفلسطينية في مرآة النظام الدولي: من أزمة الحصار إلى أسئلة العدالة الكونية
Da settantotto anni la questione palestinese rappresenta una delle fratture più profonde dell’ordine internazionale. L’attenzione globale tornata su Gaza dopo il 7 ottobre 2023 non nasce dal nulla: è il risultato di decenni di tensioni irrisolte, di un territorio sottoposto a blocco, di una popolazione che vive in condizioni di vulnerabilità estrema. L’attacco di Hamas, con oltre mille israeliani uccisi e centinaia di ostaggi, ha segnato una rottura storica, ma la risposta militare israeliana ha generato una crisi umanitaria senza precedenti nella Striscia. Secondo le stime delle agenzie ONU, decine di migliaia di palestinesi sono stati uccisi, interi quartieri sono stati rasi al suolo e la maggior parte delle infrastrutture civili è stata distrutta. Gaza è diventata il simbolo di un fallimento politico e morale che coinvolge attori regionali e globali.
Tuttavia, limitare l’analisi a Gaza rischia di oscurare un dato fondamentale: anche il resto della Palestina è in profonda crisi. In Cisgiordania, le violenze dei coloni sono aumentate, le operazioni militari israeliane si sono intensificate e oltre undicimila palestinesi si trovano nelle carceri israeliane, molti dei quali in detenzione amministrativa, senza accuse formali né processo. La frammentazione territoriale, l’assenza di un processo politico credibile e la radicalizzazione crescente rendono la situazione complessiva sempre più instabile. La questione palestinese non è un insieme di episodi isolati, ma un sistema di crisi interconnesse che coinvolge diritti, sovranità, sicurezza e identità.
La domanda centrale è perché questo conflitto, tra i tanti nel mondo, catalizzi un’attenzione così intensa. La risposta è multilivello. Da un lato, il conflitto israelo-palestinese ha un valore simbolico unico: per il mondo arabo rappresenta la prova dell’asimmetria di potere e della mancata applicazione del diritto internazionale; per l’Occidente è un test sulla coerenza dei propri valori democratici. Dall’altro, Gaza è uno dei luoghi più documentati al mondo: immagini, testimonianze e dati circolano in tempo reale, rendendo impossibile ignorare la portata della distruzione. Infine, la posta geopolitica è altissima: la crisi coinvolge Stati Uniti, Unione Europea, Iran, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Russia e Cina, e ogni escalation rischia di trasformarsi in un conflitto regionale.
Eppure, mentre Gaza domina il discorso pubblico, altre crisi altrettanto devastanti rimangono ai margini dell’attenzione internazionale. In Sudan, la guerra civile ha provocato oltre dieci milioni di sfollati, la più grande crisi di displacement al mondo. In Yemen, anni di conflitto hanno generato una delle peggiori emergenze alimentari del secolo. In Siria, dopo oltre un decennio di guerra, la ricostruzione è lontana e milioni di persone vivono ancora in condizioni di precarietà estrema. Nel Congo orientale, violenze croniche e sfruttamento minerario continuano a causare sofferenze enormi. In Myanmar, la persecuzione dei Rohingya e la guerra civile successiva al colpo di stato hanno prodotto una crisi umanitaria quasi invisibile agli occhi del mondo. Questi conflitti non sono meno gravi, ma mancano della combinazione di simbolismo, impatto geopolitico e densità mediatica che caratterizza Gaza.
La responsabilità della comunità internazionale in questo quadro è evidente. Le istituzioni globali si sono dimostrate lente, divise e spesso paralizzate. La Corte Internazionale di Giustizia ha avviato un procedimento per genocidio contro Israele, ma le misure cautelari non hanno prodotto cambiamenti sostanziali sul terreno. Le Nazioni Unite hanno denunciato ripetutamente attacchi contro ospedali, scuole e personale umanitario, chiedendo corridoi sicuri che non sono mai stati garantiti. Il Consiglio di Sicurezza rimane bloccato dal veto incrociato delle grandi potenze, alimentando la percezione di un sistema internazionale selettivo, incapace di applicare il diritto in modo equo. Molti analisti del mondo arabo sottolineano come questa selettività stia erodendo la credibilità delle istituzioni globali e alimentando sentimenti di sfiducia e frustrazione.
In assenza di una risposta efficace dei governi, la società civile globale ha assunto un ruolo crescente. Le manifestazioni in centinaia di città, le pressioni sulle università e sulle aziende, le campagne per il boicottaggio economico, le raccolte fondi per gli aiuti umanitari e la diffusione di informazione indipendente mostrano un cambiamento culturale profondo. Le nuove generazioni non accettano più narrazioni unilaterali e chiedono trasparenza, responsabilità e rispetto dei diritti umani. Questa mobilitazione, pur non sostituendo l’azione politica, rappresenta un segnale importante: la società civile non è più disposta a tollerare l’indifferenza selettiva verso le sofferenze umane.
Per immaginare un mondo più giusto, non basta fermare una guerra. Occorre ripensare il sistema che la rende possibile. La prima condizione è l’applicazione coerente del diritto internazionale, senza eccezioni e senza doppi standard. La protezione dei civili deve tornare a essere un principio non negoziabile. È poi necessaria una riforma delle istituzioni globali, in particolare del Consiglio di Sicurezza, affinché le risoluzioni umanitarie non possano essere sistematicamente bloccate. Servono investimenti nella prevenzione dei conflitti, perché molte guerre esplodono dopo anni di segnali ignorati. E serve una responsabilità condivisa: governi, media e società civile devono contrastare la disinformazione, sostenere gli aiuti umanitari e promuovere soluzioni politiche credibili.
Alla fine, la questione non riguarda solo Gaza o la Palestina. Riguarda la capacità del sistema internazionale di riconoscere la dignità umana come valore universale. Ogni conflitto dimenticato è un fallimento collettivo. Ogni vita salvata è un passo verso un ordine più equo. L’attenzione su Gaza è giusta e necessaria, ma non può essere un’eccezione. Solo comprendendo l’interconnessione tra tutte le crisi globali possiamo sperare di costruire un mondo in cui nessuna popolazione venga lasciata sola.
منذ ثمانية وسبعين عامًا، تمثّل القضية الفلسطينية واحدة من أعمق الشقوق في النظام الدولي. عودة الاهتمام العالمي إلى غزة بعد السابع من أكتوبر 2023 لم تأتِ من فراغ: بل هي نتاج عقود من التوترات العالقة دون حلّ، وإقليم يرزح تحت الحصار، وشعب يعيش في ظروف من الهشاشة القصوى. شكّل هجوم حماس، الذي أودى بحياة أكثر من ألف إسرائيلي وأسفر عن احتجاز مئات الرهائن، قطيعةً تاريخية، غير أن الرد العسكري الإسرائيلي أفضى إلى أزمة إنسانية غير مسبوقة في القطاع. وفق تقديرات وكالات الأمم المتحدة، لقي عشرات الآلاف من الفلسطينيين حتفهم، وسُوِّيت أحياء بأسرها بالأرض، ودُمِّرت معظم البنى التحتية المدنية. وباتت غزة رمزًا لفشل سياسي وأخلاقي يطال فاعلين إقليميين ودوليين على حدٍّ سواء.
بيد أن حصر التحليل في غزة يخاطر بطمس حقيقة جوهرية: سائر أرجاء فلسطين هي الأخرى في أزمة عميقة. ففي الضفة الغربية، تصاعدت اعتداءات المستوطنين، واشتدت العمليات العسكرية الإسرائيلية، ويرزح أكثر من أحد عشر ألف فلسطيني في السجون الإسرائيلية، كثيرون منهم رهن الاعتقال الإداري دون توجيه اتهامات رسمية أو محاكمة. والتشرذم الجغرافي، وغياب مسار سياسي ذي مصداقية، والتطرف المتنامي، كلها عوامل تجعل الوضع برمّته أشد هشاشةً يومًا بعد يوم. فالقضية الفلسطينية ليست مجموعة أحداث منفصلة، بل منظومة أزمات متشابكة تمسّ الحقوق والسيادة والأمن والهوية معًا.
السؤال المحوري هو لماذا يستقطب هذا الصراع، من بين نزاعات العالم الكثيرة، اهتمامًا بالغ الشدة. والإجابة متعددة المستويات. من ناحية، يحمل الصراع الإسرائيلي-الفلسطيني رمزيةً فريدة: فهو بالنسبة للعالم العربي دليلٌ على اختلال موازين القوى وعلى إخفاق تطبيق القانون الدولي، وهو بالنسبة للغرب اختبارٌ لمدى اتساق قيمه الديمقراطية. ومن ناحية أخرى، تُعدّ غزة من أكثر البقاع توثيقًا في العالم: تتداول الصور والشهادات والبيانات في الوقت الفعلي، مما يجعل تجاهل حجم الدمار أمرًا متعذرًا. وأخيرًا، فإن الرهانات الجيوسياسية بالغة الارتفاع: تضمّ الأزمة الولايات المتحدة والاتحاد الأوروبي وإيران ومصر وقطر والمملكة العربية السعودية وروسيا والصين، وكل تصعيد قد يتحول إلى نزاع إقليمي.
ومع ذلك، بينما تهيمن غزة على الخطاب العام، تبقى أزمات أخرى لا تقلّ تدميرًا على هامش الاهتمام الدولي. ففي السودان، أسفرت الحرب الأهلية عن أكثر من عشرة ملايين نازح، في أكبر أزمة نزوح في العالم. وفي اليمن، أفرز سنوات من الصراع واحدة من أسوأ أزمات الغذاء في هذا القرن. وفي سوريا، بعد أكثر من عقد من الحرب، لا يزال إعمار البلاد بعيد المنال وملايين الأشخاص يعيشون في ظروف هشة للغاية. وفي شرق الكونغو، تواصل العنف المزمن والاستغلال المعدني يحصدان معاناة إنسانية هائلة. وفي ميانمار، خلّف اضطهاد الروهينغا والحرب الأهلية التي أعقبت الانقلاب أزمة إنسانية تكاد تكون خفية في نظر العالم. هذه النزاعات لا تقلّ خطورة، لكنها تفتقر إلى ذلك المزيج من الرمزية والثقل الجيوسياسي والكثافة الإعلامية الذي يميز غزة.
مسؤولية المجتمع الدولي في هذا المشهد جليّة. أثبتت المؤسسات العالمية أنها بطيئة ومنقسمة ومشلولة في أحيان كثيرة. فقد استهلّت محكمة العدل الدولية إجراءات بتهمة الإبادة الجماعية ضد إسرائيل، غير أن التدابير الاحترازية لم تُفضِ إلى تغييرات جوهرية على أرض الواقع. وقد أدانت الأمم المتحدة مرارًا الاعتداءات على المستشفيات والمدارس والعاملين في المجال الإنساني، مطالبةً بممرات آمنة لم تُكفَل قط. ويبقى مجلس الأمن مشلولًا جراء حق النقض المتبادل بين القوى الكبرى، مما يرسّخ الإحساس بنظام دولي انتقائي يعجز عن تطبيق القانون بصورة عادلة. ويُشير كثير من المحللين في العالم العربي إلى أن هذه الانتقائية تنخر مصداقية المؤسسات العالمية وتغذي مشاعر انعدام الثقة والإحباط.
في غياب استجابة فعّالة من الحكومات، اضطلعت المجتمعات المدنية العالمية بدور متنامٍ. فالتظاهرات في مئات المدن، والضغوط على الجامعات والشركات، وحملات المقاطعة الاقتصادية، وجمع التبرعات للإغاثة الإنسانية، ونشر المعلومات المستقلة، كلها تشي بتحوّل ثقافي عميق. لم تعد الأجيال الجديدة تقبل الروايات الأحادية الجانب، وباتت تطالب بالشفافية والمساءلة واحترام حقوق الإنسان. وهذا الحراك، وإن لم يحلّ محلّ العمل السياسي، يبقى إشارة بالغة الدلالة: المجتمع المدني لم يعد مستعدًا للتسامح مع اللامبالاة الانتقائية تجاه المعاناة الإنسانية.
لتخيّل عالم أكثر عدلًا، لا يكفي أن تتوقف حرب. بل ثمة حاجة إلى إعادة التفكير في المنظومة التي تُتيح قيام تلك الحرب. الشرط الأول هو التطبيق المتسق للقانون الدولي دون استثناءات أو معايير مزدوجة. ويجب أن تعود حماية المدنيين مبدأً غير قابل للتفاوض. فضلًا عن ذلك، تبدو ضرورة إصلاح المؤسسات العالمية أمرًا لا مناص منه، ولا سيما مجلس الأمن، كي لا تكون القرارات الإنسانية عرضة للشلل الممنهج جراء حق النقض. ولا بدّ من الاستثمار في الوقاية من النزاعات، لأن كثيرًا من الحروب تنفجر بعد سنوات من تجاهل مؤشراتها. وتبقى المسؤولية المشتركة ضرورة قائمة: على الحكومات والإعلام والمجتمعات المدنية مكافحة التضليل، ودعم المساعدات الإنسانية، والترويج لحلول سياسية ذات مصداقية.
في نهاية المطاف، لا تخصّ هذه القضية غزة أو فلسطين وحدهما. إنها تخصّ قدرة النظام الدولي على الاعتراف بالكرامة الإنسانية بوصفها قيمة كونية. كل نزاع منسيّ هو إخفاق جماعي. وكل حياة تُنقذ هي خطوة نحو نظام أكثر إنصافًا. الاهتمام بـغزة أمر مشروع وضروري، لكن لا يجوز أن يظل استثناءً. فقط حين ندرك الترابط بين كل الأزمات العالمية، يمكننا أن نأمل في بناء عالم لا تُترك فيه أي شعوب وحيدة في مواجهة مصيرها.