Tunisia: rimpatri accelerati e clima d'odio, due facce di una stessa crisi
Tunisi gestisce in proprio le partenze dei migranti subsahariani, ma le Ong denunciano violenze e incitamento all'odio. Il quadro è più complesso di quanto sembri.
تونس: العودة المسرّعة والكراهية، وجهان لأزمة واحدة
تونس تدير بنفسها عودة المهاجرين من دول جنوب الصحراء، لكن منظمات حقوقية تُوثّق عنفاً وتحريضاً على الكراهية. الصورة أعقد مما تبدو.
Da luglio 2025, circa 4.500 migranti subsahariani hanno lasciato la Tunisia attraverso programmi di rimpatrio volontario. Un numero che suona come un successo amministrativo, ma che nasconde una storia più complicata — e più scomoda.
La novità strutturale è questa: le autorità tunisine hanno avviato un canale parallelo a quello dell'OIM, l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, gestendo in proprio le pratiche di rimpatrio dal campo di Sfax, con trasferimenti verso il centro di El Amra. In apparenza, una presa di responsabilità sovrana. Nella sostanza, una mossa che solleva domande legittime: quanto è davvero «volontario» un rimpatrio quando chi parte vive in un campo sovraffollato, senza documenti, senza reddito, in un paese che negli ultimi anni ha costruito attorno a questi migranti una narrativa sempre più ostile? La distinzione tra scelta e pressione, in questi contesti, tende a dissolversi.
Non a caso, mentre i numeri delle partenze crescono, oltre 30 organizzazioni non governative hanno alzato la voce su un video circolato in rete che documenterebbe episodi di violenza e incitamento all'odio contro i migranti subsahariani in Tunisia. Le Ong chiedono indagini ufficiali. È un segnale che non può essere liquidato come rumore di fondo: il clima sociale in cui avvengono questi «rientri volontari» è parte integrante del contesto, non una variabile secondaria. Un rimpatrio non è neutro se chi parte lo fa anche per paura di restare.
Il tutto si inserisce in una cornice geopolitica precisa. La Tunisia è diventata negli ultimi anni un partner strategico dell'Unione Europea nella gestione dei flussi migratori verso le coste italiane — accordi, finanziamenti, cooperazione con le autorità di Tunisi. Questo partenariato porta con sé una responsabilità che Bruxelles e Roma non possono continuare a ignorare: sostenere economicamente un sistema di contenimento senza monitorare le condizioni in cui quel sistema opera significa essere, almeno in parte, corresponsabili di ciò che accade dentro quei campi.
I 4.500 «rientri» sono un dato. La domanda che resta aperta — e che un giornalismo serio non può eludere — è in quale clima umano quei numeri sono stati prodotti.