Libano, la guerra che non si chiama guerra
Israele avanza via terra, i villaggi scompaiono, i morti superano tremila. E il cessate il fuoco è ancora «formalmente» in vigore.
لبنان، الحرب التي لا تُسمّى باسمها
إسرائيل تتقدم برّاً، القرى تختفي، الموتى يتجاوزون ثلاثة آلاف. ووقف إطلاق النار لا يزال «رسمياً» سارياً.
C'è una parola che manca, con ostinazione quasi comica, nei comunicati ufficiali: guerra. Eppure dal sud del Libano alla Valle della Bekaa, passando per i villaggi evacuati con ordinanze d'emergenza e le cifre del ministero della Salute libanese — oltre 3.000 morti e 9.000 feriti dall'inizio delle operazioni intensificate il 2 marzo — il lessico della guerra è l'unico che regge il peso dei fatti.
Le forze israeliane hanno superato la cosiddetta linea gialla, operando via terra in territorio libanese secondo quanto riportato da Channel 12. Almeno 19 villaggi hanno ricevuto ordini di evacuazione. Tra questi c'è anche il paese di Adib Ajaka, sindaco che ha descritto alla *Stampa* una realtà brutale: il suo villaggio non esiste più. Non è una metafora. È cemento polverizzato, case rase al suolo, una comunità dispersa. Ajaka parla di una logica distruttiva che va oltre qualsiasi obiettivo militare dichiarato — e la sua testimonianza vale più di mille dichiarazioni diplomatiche. Nel frattempo, almeno 30 persone sono morte negli ultimi bombardamenti, in un contesto in cui il cessate il fuoco negoziato mesi fa è ancora «formalmente in vigore», come ha annotato con amara precisione *Repubblica*. Formalmente. Una parola che pesa quanto una maceria.
Persino Donald Trump — non esattamente un paladino del diritto internazionale — ha sentito il bisogno di avvertire Netanyahu: niente bombe su Beirut. Un segnale che qualcosa si sta incrinando anche nei rapporti tra Washington e Tel Aviv, o almeno nella gestione dell'immagine pubblica dell'operazione. Ma i moniti senza conseguenze sono, nella storia del Medio Oriente, un genere letterario consolidato. La comunità internazionale osserva, condanna, «segue con preoccupazione» — e intanto i numeri salgono.
Per chi in Italia segue questa crisi — e sono molti, tra libanesi della diaspora, italiani con legami familiari o semplicemente cittadini che non si rassegnano all'assuefazione — quello che accade in Libano non è uno scenario lontano. È la dimostrazione che gli accordi di carta non bastano, che il diritto internazionale esiste solo se qualcuno lo fa rispettare, e che una popolazione civile non può essere trattata come effetto collaterale di una strategia militare. Il Libano merita più di un cessate il fuoco nominale. Merita pace vera.