Libano e Gaza: bombe e negoziati
Israele colpisce soccorritori, distrugge tunnel e tratta con Beirut. Il paradosso di una guerra che non si ferma mentre si siede al tavolo.
لبنان وغزة: قنابل ومفاوضات
إسرائيل تضرب المسعفين، تدمّر الأنفاق، وتتفاوض مع بيروت. مفارقة حرب لا تتوقف بينما تجلس إلى طاولة المفاوضات.
C'è qualcosa di profondamente disturbante nel leggere, nello stesso arco di ore, che Israele ha fissato un terzo round di negoziati diretti con il Libano per la prossima settimana e che, nel frattempo, un drone israeliano ha colpito un mezzo della Protezione Civile libanese lungo la strada di Kfarchouba, nel sud del Paese. Un soccorritore è morto. Non è una contraddizione accidentale: è la particolarità di questo conflitto.
Sul fronte libanese, le operazioni militari israeliane continuano senza sosta. Oltre all'attacco al personale di emergenza, le forze israeliane hanno colpito un comandante di Hezbollah, mentre Netanyahu e il ministro Katz ribadiscono la loro formula preferita: «Nessun terrorista gode di immunità». Una dichiarazione che suona come dottrina ma che, applicata in contesti dove i confini tra civili, soccorritori e combattenti vengono sistematicamente sfumati, diventa un lasciapassare per operazioni sempre più difficili da giustificare sul piano del diritto internazionale. Chiese, moschee e siti archeologici sotto le bombe: il patrimonio collettivo non è immune, evidentemente, nemmeno quello.
A Gaza, l'Idf annuncia la distruzione di otto tunnel di Hamas nel sud della Striscia, per oltre 2,5 chilometri complessivi, uno dei quali parte della rete sotterranea di Rafah. Ogni annuncio di questo tipo ha ormai una doppia lettura: operazione militare legittima secondo Tel Aviv, ulteriore devastazione di un territorio già ridotto a macerie secondo chi osserva dall'esterno. Intanto, un video circolato online mostra il momento in cui un'ambulanza dell'Islamic Health Authority viene colpita con la tecnica del «doppio colpo» — il secondo strike arriva mentre i soccorritori tentano di intervenire dopo il primo. Una pratica documentata, controversa, letale.
Il paradosso è tutto qui: si negoziano cessate il fuoco e confini mentre si continua a bombardare. I tavoli diplomatici e i droni operano in parallelo, come se appartenessero a mondi separati. Per chi segue questa guerra da lontano — da Roma, da Milano, da qualsiasi città italiana dove vivono comunità arabe e libanesi — la domanda non è più «quando finirà» ma «a quale prezzo». E chi pagherà quel conto, come sempre, non sarà seduto ad alcun tavolo.