Jihad non significa guerra santa
La parola araba vuol dire sforzo, e nel Corano il sostantivo compare appena quattro volte: la «guerra santa» è una traduzione europea, ma anche negare che jihad abbia mai voluto dire guerra sarebbe una bugia.
الجهاد لا يعني الحرب المقدسة
الكلمة العربية تعني بذل الجهد، وفي القرآن لا يرد الاسم «جهاد» إلا أربع مرات فقط: «الحرب المقدسة» ترجمة أوروبية، لكن إنكار أن الجهاد قد دلّ يوماً على القتال أمر لا يقل كذباً.
Jihad Haddad fa l'infermiere in un ospedale di Torino. Ha ventisei anni, è nato in Libano e in Italia vive da quando ne aveva dieci. Il suo nome, a Beirut, non faceva voltare nessuno: è un nome comune, come Marco o Davide. Qui ha imparato a riconoscere una pausa precisa. Arriva quando lo dice al telefono, all'accettazione di un albergo, a chi deve scriverlo su un modulo. Un collega una volta gli ha chiesto, scherzando ma non troppo, se non avesse mai pensato di cambiarlo. «E perché?», ha risposto lui. «Vuol dire sforzo».
Ha ragione. Ma la storia della parola è più lunga, e più scomoda, di quanto ammettano sia chi la usa come sinonimo di terrorismo sia chi la difende a ogni costo.
Una radice che vuol dire fatica
Jihad viene dalla radice araba j-h-d, che indica lo sforzo, la fatica, il dare tutto. Nel Corano la radice compare 41 volte, in cinque forme diverse. Il sostantivo jihad vero e proprio compare appena quattro volte. La forma più frequente è il verbo, che significa sforzarsi, lottare per qualcosa.
E non sempre per una causa giusta. In due passi (29:8 e 31:15) lo stesso verbo descrive i genitori pagani che fanno pressione sul figlio perché torni agli idoli: nella traduzione di Hamza Roberto Piccardo diventa «se ti obbligassero», e la radice sparisce. La parola, da sola, non ha niente di sacro. È lo sforzo, e dipende da dove lo metti.
In un versetto della Mecca, quindi del periodo in cui i primi musulmani erano una minoranza perseguitata e non avevano nessun esercito, il Corano dice al Profeta di non obbedire ai miscredenti e aggiunge: «lotta con esso vigorosamente» (25:52, traduzione di Piccardo). Con che cosa? Secondo Ibn Abbas, cugino del Profeta, citato dal commentatore Ibn Kathir, «esso» è il Corano stesso. Lotta con le parole, con gli argomenti. È la sua interpretazione, non il testo, ma è tra le più antiche.
Il testo
Tra i detti del Profeta c'è una frase che molti giovani musulmani non hanno mai sentito:
«Il jihad migliore è una parola di giustizia davanti a un sovrano ingiusto.» (Sunan Abi Dawud 4344, grado sahih secondo al-Albani; traduzione della redazione)
Lo stesso detto si trova anche nelle raccolte di al-Tirmidhi e di Ibn Majah. In un'altra tradizione, che al-Tirmidhi giudica buona e solida, il Profeta dice che «il mujahid, cioè chi fa il jihad, è chi lotta contro se stesso» (Jami' al-Tirmidhi 1621). E quando un uomo gli chiese il permesso di partire per una spedizione, il Profeta gli domandò se i suoi genitori fossero vivi. Sì, rispose l'uomo. «Allora fai il tuo jihad per loro», cioè sforzati al loro servizio (Sahih al-Bukhari 3004).
Il contesto: quando si combatte, e come
Sarebbe falso, però, dire che jihad non ha mai voluto dire guerra. Nel Corano ci sono versetti sul combattimento, e vanno letti con il loro contesto. Il primo permesso di combattere arriva dopo l'emigrazione a Medina, dopo anni di persecuzioni alla Mecca: «a coloro che sono stati aggrediti è data l'autorizzazione [di difendersi], perché certamente sono stati oppressi» (22:39). Un altro versetto ordina di combattere «contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi» (2:190). Il versetto successivo, quello che viene citato più spesso nei siti che vogliono spaventare («uccideteli ovunque li incontriate»), senza il precedente perde la cornice: si parla di un nemico che ha già attaccato. E un altro ancora dice che con chi non vi ha combattuto per la vostra religione e non vi ha cacciato dalle vostre case si deve essere «buoni e giusti» (60:8).
Poi ci sono le raccolte di detti del Profeta, dove jihad indica soprattutto il combattimento: la raccolta di al-Bukhari ha un intero libro intitolato al jihad e alle spedizioni. E c'è il diritto islamico classico, che nei secoli successivi costruì una dottrina vera e propria. Lo studioso olandese Rudolph Peters, che ha tradotto e studiato quei testi, osserva che per i giuristi classici la legittimità di fare guerra fuori dai territori musulmani era data per scontata e quasi non discussa. La divisione del mondo in «casa dell'Islam» e «casa della guerra» viene da loro, non dal Corano.
Da dove arriva la «guerra santa»
L'espressione «guerra santa», in arabo, non è un termine tecnico dell'Islam. Il giurista egiziano-americano Khaled Abou El Fadl lo dice in modo netto: non è un'espressione usata dal testo coranico né dai teologi musulmani. L'Enciclopedia Britannica scrive che jihad viene talvolta tradotto «erroneamente» come guerra santa.
In italiano l'equivalenza ha una storia precisa. Nel 1933 Carlo Alfonso Nallino, uno dei maggiori arabisti italiani, scrisse nell'Enciclopedia Italiana che jihad «designa la guerra santa». Era la lettura diffusa tra gli orientalisti europei dell'epoca, e da allora l'equivalenza è entrata nell'uso comune.
E c'è un'ultima trappola, che riguarda proprio chi vuole difendere la parola. Circola da secoli un detto attribuito al Profeta, di ritorno da una battaglia: «Siamo tornati dal jihad minore al jihad maggiore», cioè la lotta contro se stessi. È bello, ed è debole. Ibn Hajar, uno dei maggiori esperti di hadith, ne giudica debole la catena di trasmissione; Ibn Taymiyya scrisse che non ha fondamento; al-Albani lo classifica tra i detti da respingere. Chi lo usa per dimostrare che il jihad è solo spirituale costruisce su una base che non regge.
Cosa significa qui e ora
Per chi parla arabo, jihad è anche un nome di persona e una parola di tutti i giorni. Per molti italiani arriva quasi solo dai telegiornali, dentro le notizie di attentati. L'Associazione Carta di Roma, che ogni anno analizza come i media parlano di migranti, nel rapporto 2025 ha registrato nei telegiornali di prima serata una crescita delle notizie sulle migrazioni classificate sotto la voce «terrorismo», fino al 4,5%, con l'effetto di legare la presenza dei migranti a una percezione di rischio.
Così una parola che significa sforzo finisce per indicare solo il suo uso più violento, quello rivendicato dai gruppi armati. È come se «crociata» volesse dire soltanto un massacro, o «missione» soltanto una guerra coloniale.
Per un ragazzo musulmano cresciuto in Italia, recuperare il senso pieno della parola non significa negare la storia. Significa sapere che il jihad di cui parla il Profeta in quei detti autentici è anche lo studio per un esame difficile, il turno di notte in corsia, la cura di un genitore anziano, il coraggio di dire una cosa vera a chi ha il potere.
La voce contraria
C'è chi contesta questa lettura da due lati. Da una parte, i gruppi jihadisti e una parte dei predicatori tradizionalisti: per loro il jihad è prima di tutto guerra, e la dottrina classica del jihad offensivo, quello per estendere il territorio musulmano, resta valida. Alcuni la ripropongono ancora oggi, pur aggiungendo che solo un'autorità legittima potrebbe proclamarla.
Dall'altra, anche tra gli studiosi moderati le posizioni non coincidono. Il teologo egiziano Yusuf al-Qaradawi, nella sua grande opera sul jihad del 2009, ha respinto la guerra al mondo di al-Qaida e ha spostato il «jihad di quest'epoca» sulle idee e sui media, ma non ha cancellato la distinzione classica tra guerra di difesa e guerra di espansione. Il dibattito, dentro l'Islam, è aperto e serio. Ridurlo a uno slogan, in un senso o nell'altro, fa un torto a tutti.
Jihad Haddad, comunque, il nome non l'ha cambiato. Quando al telefono arriva la pausa, adesso la riempie lui: «Jihad, come sforzo. Con l'acca alla fine».
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