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Rispettare le leggi italiane è un atto islamico
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Rispettare le leggi italiane è un atto islamico

Il Corano chiede di onorare gli impegni presi, e chi vive in Italia ne ha firmati parecchi: il visto, il permesso, il contratto di lavoro.

احترام القوانين الإيطالية عمل إسلامي

القرآن يطلب الوفاء بالعهود التي نأخذها على أنفسنا، ومن يعيش في إيطاليا وقّع عليها كثيراً: التأشيرة وتصريح الإقامة والعقد الوظيفي.

Il Corano chiede di rispettare gli impegni presi (5:1). Visto, permesso e contratto sono impegni: per un musulmano in Italia valgono anche davanti a Dio.

Prefettura di Brescia, Sportello unico per l'immigrazione. Amina ha ventidue anni, è arrivata dall'Egitto con il ricongiungimento familiare e oggi, insieme al permesso di soggiorno, le fanno firmare un foglio che non si aspettava: l'accordo di integrazione. L'impiegata le spiega che parte con 16 crediti e che in due anni deve arrivare a 30: imparare l'italiano almeno al livello A2, conoscere i principi della Costituzione, mandare a scuola gli eventuali figli, pagare le tasse. Amina annuisce, firma, poi al telefono con la madre fa la domanda che tiene in testa da quando è uscita: «Un patto con uno Stato che non è musulmano mi obbliga davvero, davanti a Dio?»

La risposta più chiara sta nelle prime parole di una sura.

Il testo

La quinta sura del Corano, al-Māʾida, si apre così:

«O voi che credete, rispettate gli impegni.» (Corano 5:1, traduzione di Hamza Roberto Piccardo)

In arabo le parole chiave sono awfū bi-l-ʿuqūd. ʿUqūd è il plurale di ʿaqd, che viene da una radice che significa «annodare». Un contratto, per la lingua del Corano, è un nodo: qualcosa che lega due parti e che non si scioglie a piacimento. È la stessa parola che ancora oggi, in arabo, indica il contratto di lavoro, il contratto d'affitto, il contratto di matrimonio. Il versetto non dice con chi si stringe il nodo. Dice che, una volta stretto, va rispettato.

Il contesto

La sura della Tavola imbandita è tra le ultime rivelate, a Medina, quando la comunità dei primi musulmani non era più un gruppo perseguitato ma una città con alleanze, trattati, rapporti con tribù di ogni religione. L'ordine di rispettare gli impegni arriva in quel mondo di patti politici e commerciali, e il Corano ci torna più volte. «Rispettate il patto, ché in verità vi sarà chiesto di darne conto», dice un altro versetto (17:34). E uno, nella sura del Bottino, arriva a una conclusione che sorprende molti lettori di oggi: se dei credenti chiedono aiuto «in nome della religione», bisogna darlo, «ma non contro genti con le quali avete stretto un patto» (8:72). Il patto firmato con altri viene prima perfino della solidarietà tra correligionari.

I detti del Profeta vanno nella stessa direzione. Tra i tre segni dell'ipocrita elencati in una tradizione autentica c'è proprio questo: quando promette, non mantiene (Sahih al-Bukhari 33). E un altro detto, che al-Albani classifica hasan sahih, cioè buono e solido, dice in poche parole che i musulmani sono vincolati alle condizioni che accettano (Sunan Abi Dawud 3594).

Cosa significa qui e ora

Chi vive in Italia da straniero ha firmato più nodi di quanti ne ricordi. Il visto d'ingresso, cioè il permesso di entrare alle condizioni di un altro Stato. Il permesso di soggiorno e, spesso, l'accordo di integrazione di Amina. Il contratto di lavoro, il contratto d'affitto, perfino la patente, con cui si accetta il codice della strada. Nessuno di questi impegni riguarda la fede, e tutti, per il versetto, sono impegni.

Nel pensiero islamico contemporaneo esiste un intero campo di studi che si occupa di questo: il fiqh al-aqalliyyāt, il diritto islamico per le minoranze. L'ha sviluppato negli anni Novanta il giurista iracheno Taha Jabir al-Alwani, che viveva negli Stati Uniti. Poco dopo l'ha ripreso lo studioso egiziano Yusuf al-Qaradawi, attraverso il Consiglio europeo per la fatwa e la ricerca, nato a Londra nel 1997 e oggi con sede a Dublino. L'idea di fondo è semplice: milioni di musulmani vivono stabilmente in paesi dove sono minoranza, e hanno bisogno di risposte pensate per quella vita, non per un'emergenza o per un viaggio. Il ragionamento di questo articolo sta dentro quel solco: la residenza, il permesso, la cittadinanza sono patti, e un patto si onora.

Anche lo Stato italiano, a modo suo, ha ragionato in termini di patto. Nel febbraio 2017 il Ministero dell'Interno e le principali associazioni islamiche del Paese hanno firmato il Patto nazionale per un Islam italiano. Le associazioni si sono impegnate, tra l'altro, alla trasparenza sui finanziamenti, ai sermoni del venerdì in italiano, ad aprire i centri islamici alle visite di chi non è musulmano. Non è un'intesa vera e propria: quella prevista dall'articolo 8 della Costituzione, che lo Stato ha firmato con altre confessioni, con l'Islam non esiste ancora. Ma dice qualcosa sul modo in cui due parti, almeno sulla carta, hanno provato a stringere un nodo.

La voce contraria, e il limite

Non tutti gli studiosi accettano l'idea di un diritto islamico «per le minoranze». Alcuni ambienti conservatori, tra cui una parte del mondo salafita, la considerano un'innovazione senza fondamento: la legge di Dio, dicono, è una sola ovunque. Lo stesso al-Alwani, del resto, diffidava dell'uso disinvolto dello stato di necessità, che temeva potesse diventare una scorciatoia per rendere tutto lecito.

C'è poi un limite che nessuno contesta, perché viene da un detto autentico. Durante una spedizione un comandante ordinò ai suoi uomini di gettarsi nel fuoco; alcuni stavano per obbedire, altri si rifiutarono. Il Profeta, informato, diede ragione a chi aveva rifiutato: non c'è obbedienza in ciò che è male, l'obbedienza è dovuta solo in ciò che è bene (Sahih al-Bukhari 7257). Una legge che imponesse di commettere un peccato non obbligherebbe il credente.

Ma è un limite che in Italia si incontra di rado. La legge italiana non obbliga nessuno a bere alcol, a mangiare maiale, a saltare la preghiera o a togliersi il velo che copre i capelli. La Costituzione, all'articolo 19, garantisce a tutti la libertà di professare la propria fede e di praticarne il culto, in privato e in pubblico. Chi usa il limite del «male» per giustificare il lavoro in nero, la dichiarazione dei redditi falsa o il permesso ottenuto con documenti comprati, sta rovesciando il versetto: sta sciogliendo un nodo che aveva stretto lui.

Amina, quella sera, la risposta l'ha trovata da sola, con la madre al telefono che le ripeteva un proverbio egiziano sulle promesse. Il giorno dopo si è iscritta al corso di italiano del CPIA di quartiere. Le servono quattordici crediti.

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