Venti adulti incappucciati aggrediscono minori stranieri a Genova: la Digos indaga su ronde organizzate
Due episodi in pochi giorni contro ragazzini non accompagnati. Il passamontagna nasconde più dell'anonimato.
Una ventina di adulti, caschi e passamontagna, spranghe in mano. Agiscono di notte ai giardinetti di Genova Quinto contro una trentina di ragazzini, molti minori stranieri senza famiglia. Un adolescente finisce al Gaslini con la testa spaccata.
Chiamiamo le cose con il loro nome: un adulto che si copre il volto per aggredire un minore è un codardo. Sceglie il bersaglio più indifeso della città sapendo che non potrà reagire.
Pochi giorni prima, copione identico a San Fruttuoso: un altro minore non accompagnato, lo stesso gruppo a volto coperto, lo stesso colpo alla testa. Non è più coincidenza. La Digos ipotizza ronde organizzate e spedizioni punitive pianificate, passando al setaccio i commenti sui social dove probabilmente qualcuno ha incitato e coordinato gli episodi.
Quando due aggressioni in pochi giorni condividono dinamica, vittime e metodo, non si parla di cronaca nera. Si parla di un metodo preciso.
Il passamontagna nasconde più di un volto
Il volto coperto non serve solo a evitare l'identificazione penale. Serve anche a rendere l'episodio senza paternità politica verificabile. Un'aggressione anonima può essere letta, rivendicata da chiunque in qualsiasi direzione. Diventa una superficie neutra su cui proiettare quasi tutto: la rabbia spontanea di un quartiere, la regia di una rete organizzata, persino — nello scenario più cinico — uno strumento per alimentare proprio il conflitto che si dice di prevenire.
Non sappiamo quale lettura sia corretta a Genova. Ma la storia insegna come si fabbrica artificialmente uno scontro.
Una storia che si ripete: il nemico vicino come distrazione
Gli storici conoscono bene il meccanismo: episodi di violenza amplificati o pilotati per polarizzare una società e giustificare una stretta sulle libertà. In Italia, "strategia della tensione". In Jugoslavia, vicini si sono ritrovati nemici in pochi mesi grazie a incidenti amplificati dalla propaganda. In Rwanda, la radio preparò il terreno mesi prima. Le potenze coloniali applicarono lo stesso principio — divide et impera — fomentando fratture etniche.
Il meccanismo è sempre lo stesso: la rabbia di chi sta in basso viene indirizzata verso chi sta appena un gradino più in basso — lo straniero, il diverso — mai verso chi decide salari, affitti, sanità. Una popolazione che litiga nei giardinetti non chiede conto a nessuno delle pensioni insufficienti, delle liste d'attesa infinite, degli stipendi fermi. E un'emergenza sicurezza percepita è sempre la scusa più comoda per chi vuole leggi più dure.
Ciò che sappiamo per certo è più semplice: un ragazzo è all'ospedale con la testa spaccata. Prima di scegliere un nemico povero su cui scaricare la rabbia, vale la pena fermarsi e chiedersi: chi ci guadagna da questa guerra tra ultimi?
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