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Finanza islamica: l'Italia perde un mercato da 5.000 miliardi
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Finanza islamica: l'Italia perde un mercato da 5.000 miliardi

Un DDL fermo dal 2017 e una doppia tassazione: ecco perché l'Italia è rimasta indietro.

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L'Italia non ha mai approvato norme per la finanza islamica. Colpa della doppia tassazione, di un DDL fermo dal 2017 e di pregiudizi culturali mai superati.

Londra ha capito negli anni Novanta. Il Lussemburgo nel 2002. La Germania nel 2004. La Francia nel 2007. E l'Italia? L'Italia ha un disegno di legge presentato nel 2017, mai approvato, e un mercato da quasi cinquemila miliardi di dollari che continua a girare largamente senza di noi.

Non è una questione di cultura islamica. È una questione di scelte — o meglio, di scelte non fatte.

Il problema tecnico: quando lo Stato ti tassa due volte

Partiamo dal nodo più concreto, quello che gli operatori finanziari conoscono bene e che in Italia nessun governo ha ancora sciolto: la doppia tassazione.

Prendiamo il contratto più comune della finanza islamica, la murabaha. Funziona così: vuoi comprare una casa, ma non puoi accendere un mutuo con interessi. La banca acquista l'immobile, poi te lo rivende a un prezzo maggiorato concordato in anticipo, che paghi a rate. Una sola operazione economica, un solo trasferimento sostanziale di proprietà.

In Italia, però, il fisco la legge in modo diverso. Sul contratto murabaha si applica la doppia imposta di registro, a causa del fittizio doppio trasferimento di proprietà dell'immobile. Significa che l'imposta di registro — che su un mutuo tradizionale pagheresti una volta — qui la paghi due volte. Il prodotto diventa automaticamente più costoso di quello convenzionale, non per ragioni di mercato, ma per un vuoto normativo. Lo stesso accade con l'ijara, il leasing islamico.

Il nostro ordinamento presenta diversi ostacoli normativi, fiscali e istituzionali. Sul piano civilistico, uno dei primi nodi riguarda l'assenza di una disciplina specifica per la stipula di contratti conformi alla Shari'ah, che crea incertezza giuridica. Resta poi aperta la questione su come e dove inquadrare lo Shari'a Board — l'organo di supervisione religiosa — all'interno della governance aziendale, dato che il Testo Unico Bancario non ne prevede l'esistenza.

In pratica: anche se una banca volesse offrire prodotti islamici in Italia domani mattina, non saprebbe bene come farlo legalmente, e il cliente pagherebbe comunque di più.

La Francia l'ha risolto con una firma

Cosa ha fatto la Francia per superare questo ostacolo? Nessuna rivoluzione. Nessuna legge costituzionale. Una circolare fiscale — uno strumento amministrativo — che ha equiparato i contratti islamici a quelli convenzionali ai fini tributari. Una firma di un funzionario del ministero delle finanze, e il problema era risolto. I capitali del Golfo hanno cominciato ad arrivare. Le banche hanno iniziato ad offrire prodotti halal. Il mercato si è aperto.

Il paradosso italiano è tutto qui: non serve riscrivere il codice civile. Non serve una riforma parlamentare epocale. Serve la volontà politica di dire che un contratto islamico è economicamente equivalente a un mutuo, e va tassato come tale. Ma quella volontà, finora, non c'è stata.

Nel 2017 è stato presentato alla Camera il Disegno di legge n. 4453, che proponeva soluzioni e modifiche normative per rendere compatibili con il sistema fiscale italiano istituti tipici della finanza islamica, come murabaha, ijara, istisna'a e sukuk. Il disegno di legge è rimasto fermo. Non è mai stato approvato. Non è mai diventato legge.

Il pregiudizio culturale: l'elefante nella stanza

C'è però un secondo ostacolo, meno tecnico e più scomodo da nominare: il pregiudizio culturale. In Italia, ancora oggi, la parola

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