Gaza resiste a modo suo: tra maratone e surf, la vita che non si arrende
Tredicimila persone a correre tra le macerie, ragazzi che fanno surf sotto i bombardamenti: non è retorica della resilienza, è qualcosa di più difficile da raccontare
غزة تقاوم بطريقتها: بين ماراثونات والرياضات المائية، حياة لا تستسلم
ثلاثة عشر ألف شخص يركضون بين الركام، وشباب يمارسون رياضة الصيد على الأمواج تحت القصف: هذه ليست بلاغة المرونة، بل شيء أصعب من ذلك في السرد
C'è una parola che il giornalismo internazionale ha consumato fino a renderla quasi inutile quando si parla di Gaza: resilienza. Eppure, due notizie apparse in questi giorni costringono a tornare su quel concetto, non per celebrarlo, ma per interrogarlo seriamente.
Da un lato, la Maratona della Palestina è tornata a Gaza per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023 — secondo gli organizzatori con 13.000 partecipanti. Dall'altro, il *Corriere della Sera* ha raccontato la storia di Tahseen Abu Assi e Khalil Abu Jiab, due ragazzi che non hanno mai smesso di fare surf sulle coste di Gaza, nemmeno durante i bombardamenti. «Venivamo anche tra le bombe», dicono, con quella semplicità che vale più di mille analisi. Due storie apparentemente minori, in un conflitto che ha prodotto decine di migliaia di morti e una crisi umanitaria senza precedenti. Ma è proprio il loro essere *minori* che le rende significative.
Il rischio, però, è quello della narrativa consolatoria: usare queste immagini di corridori e surfisti per alleggerire il peso politico e morale di ciò che accade. Gaza non è una storia di spirito indomabile da consumare sui social. È un territorio sotto assedio, con infrastrutture distrutte, ospedali fuori uso, popolazione in condizioni disperate. La maratona e il surf non cambiano questo. Ma ci dicono qualcosa di preciso: che le persone, anche in condizioni estreme, non rinunciano a definirsi al di là della guerra. Non vogliono essere solo vittime, solo numeri, solo simboli di una tragedia altrui. Vogliono esistere, nel senso più banale e fondamentale del termine.
Per chi segue questa crisi dall'Italia — e sono molti, tra la comunità araba e non solo — queste notizie pongono una domanda scomoda: siamo capaci di tenere insieme la denuncia politica con il riconoscimento dell'umanità concreta di chi vive a Gaza? O oscilliamo tra l'indignazione da tastiera e la commozione da cartolina? La risposta non è nelle maratone, né nelle onde del Mediterraneo orientale. È nel tipo di attenzione che scegliamo di darle.