"Islamizzazione": anatomia di una parola che fa paura senza spiegare nulla
Da Mestre a Venezia, come una parola svuotata di significato alimenta la paura e blocca ogni dibattito serio sull'integrazione.
«الأسلمة»: تشريح كلمة تُخيف دون أن تُفسّر شيئاً
من ميستري إلى البندقية، كيف تُغذّي كلمة فارغة من المعنى الخوفَ وتُعطّل أي نقاش جدي حول الاندماج.
C'è una parola che circola con sempre maggiore disinvoltura nei comunicati stampa, nei comizi e nelle conferenze stampa alla Camera: islamizzazione. La usano i generali in pensione che fondano partiti, i deputati col megafono in piazza, gli eurodeputati che interrogano Bruxelles su una moschea a Mestre. La usano come se spiegasse qualcosa. Non spiega nulla. Proviamo a smontarla. "Islamizzazione" presuppone un processo attivo, intenzionale, coordinato: qualcuno sta islamizzando qualcosa. Un soggetto, un verbo, un complemento oggetto. L'Europa, nella versione più cinematografica della tesi, starebbe cedendo pezzo per pezzo a una strategia di conquista demografica e culturale. I numeri, però, raccontano un'altra storia — o quantomeno una storia molto più banale. I musulmani in Europa sono oggi circa il 6% della popolazione totale. In Italia, meno del 5%. Secondo le proiezioni Pew Research — l'istituto di riferimento mondiale per la demografia religiosa, non esattamente un covo di islamisti — anche nello scenario di immigrazione sostenuta, nel 2050 i musulmani italiani arriverebbero al 12% della popolazione. Il che significa che l'88% degli italiani non sarà musulmano. È questa l'islamizzazione che tiene svegli la notte i difensori della civiltà occidentale. Ma il dato demografico è quasi secondario. Il vero problema del termine "islamizzazione" è che tratta una religione come se fosse un esercito. Presuppone che ogni moschea sia una caserma, ogni centro culturale una cellula, ogni fedele un soldato inconsapevole di un piano che lui stesso non conosce. È una logica che, applicata al cattolicesimo, porterebbe a conclusioni imbarazzanti: ogni parrocchia sarebbe una testa di ponte vaticana, ogni oratorio uno strumento di conquista culturale, ogni processione una dimostrazione di forza. Vannacci ha detto che non vuole svegliarsi con una moltitudine di persone che pregano in piazza del Duomo. È una frase evocativa. Meno evocativa, ma più precisa, sarebbe chiedersi: perché pregano per strada? Perché non ci sono spazi sufficienti. E perché non ci sono spazi? Perché ogni volta che se ne propone uno, qualcuno piazza un manifesto "No Moschea" sugli autobus. Il paradosso è strutturale: si nega lo spazio e poi si usa la visibilità forzata come prova della minaccia. È un meccanismo che funziona benissimo retoricamente e non risolve nulla praticamente. C'è poi la questione storica, che i difensori dell'identità veneta sembrano aver rimosso con una certa efficienza. Venezia aveva già una moschea nel 1621, al Fondaco dei Turchi. La Repubblica Serenissima puniva con anni di galera chi offendeva un mercante musulmano. Non era tolleranza astratta: era intelligenza commerciale. Quella Venezia sapeva che le identità si rafforzano attraverso il commercio e la convivenza, non attraverso la paura del vicino di casa. L'islamizzazione, come concetto, serve soprattutto a una cosa: trasformare una questione sociologica complessa — come si integrano comunità con tradizioni diverse in una società plurale? — in un problema di sicurezza militare. Una volta fatto questo salto, il dialogo diventa inutile, la moschea diventa una minaccia, il bengalese che chiede di candidarsi diventa un avamposto. E il generale può tornare a fare quello che i generali sanno fare meglio: individuare il nemico. Il problema è che il nemico non c'è. Ci sono persone che pregano, che lavorano, che crescono figli, che vogliono uno spazio dove fare quello che fanno i cristiani da secoli senza che nessuno lo chiami invasione. Chiamarla islamizzazione non è un'analisi. È un alibi.