L'Islam odia i cani? La storia della donna perdonata per un cane assetato
Nei detti del Profeta un cane salvato dalla sete vale il perdono, e le regole sulla saliva non sono un verdetto sull'animale.
هل يكره الإسلام الكلاب؟ قصة امرأة غُفر لها ذنبها لأجل كلب عطشان
في أحاديث النبي، إنقاذ كلب من العطش يستحق المغفرة، وأحكام اللعاب ليست حكماً على الحيوان
Domenica pomeriggio, in un parco di Bologna. Un labrador color miele corre incontro a un bambino di otto anni, Youssef, che si irrigidisce e fa un passo indietro. La padrona lo richiama, si scusa: «Non morde, è buonissimo». Il padre di Youssef sorride, imbarazzato, e prende il figlio per mano. Una signora sulla panchina accanto commenta a mezza voce con l'amica: «Tanto per loro i cani sono impuri».
In Italia i cani sono circa 9,1 milioni e vivono in quasi tre case su dieci, secondo il rapporto Assalco-Zoomark 2026. È difficile passare un giorno senza incontrarne uno. Per molte famiglie musulmane quella domanda della panchina, «ma voi odiate i cani?», arriva prima o poi. La risposta onesta è più interessante di un sì o di un no.
La storia del pozzo
Tra i detti del Profeta raccolti da al-Bukhari, la raccolta che la tradizione sunnita considera la più affidabile, c'è un racconto breve. Lo riferisce Abu Hurayra, uno dei compagni del Profeta:
«Fu perdonata una prostituta che passò accanto a un cane che ansimava sull'orlo di un pozzo, quasi morto di sete. Si tolse la scarpa, la legò al suo velo e gli tirò su un po' d'acqua. Per questo fu perdonata.» (Sahih al-Bukhari 3321, traduzione della redazione dall'arabo)
Il racconto compare anche in un'altra versione di al-Bukhari (3467) e in Sahih Muslim (2245): i dettagli cambiano poco, il senso resta lo stesso. Il grado è il più alto previsto dagli specialisti, sahih, cioè autentico.
Guardiamo chi sono i personaggi. Da una parte una donna che la società del suo tempo considerava l'ultima degli ultimi, e che molti considererebbero tale anche oggi. Dall'altra un cane, l'animale su cui pesano più sospetti. In mezzo un gesto minimo: una scarpa usata come secchio, un velo usato come corda. E la conclusione scandalosa, pronunciata dal Profeta senza aggiungere condizioni: per quel gesto, Dio l'ha perdonata.
C'è anche un racconto gemello, con un uomo come protagonista (Sahih al-Bukhari 2363): un uomo assetato scende in un pozzo, beve, risale e trova un cane che lecca la terra umida per la sete. Pensa che quel cane sta soffrendo quello che ha appena sofferto lui, scende di nuovo e gli porta l'acqua nella scarpa, tenendola tra i denti. I compagni chiedono al Profeta se si ottiene una ricompensa anche per il bene fatto agli animali. La risposta è diventata un proverbio: per ogni essere vivente c'è una ricompensa. In arabo, letteralmente, «per ogni fegato umido», cioè per ogni creatura in cui c'è vita.
Cosa dice il Corano
Nel Corano il cane non è mai presentato come un animale maledetto. Nella sura della Caverna c'è la storia dei giovani che si rifugiano in una grotta e dormono per secoli; il loro cane resta all'ingresso, «sulla soglia, le zampe distese» (Corano 18:18, traduzione di H. R. Piccardo), e quando la gente discute su quanti fossero, il cane viene contato con loro (18:22). Nella sura della Tavola imbandita la caccia fatta con animali addestrati, cani compresi, è esplicitamente lecita: si può mangiare quello che hanno preso (5:4). Il Corano, insomma, conosce il cane da guardia e il cane da caccia, e li tratta con normalità.
Da dove nasce allora l'idea dell'«animale impuro»
Nasce da altri detti, anch'essi autentici, che vanno letti con attenzione. Uno dice che se un cane lecca un recipiente bisogna svuotarlo e lavarlo sette volte (Sahih Muslim 279). Un altro dice che gli angeli non entrano in una casa dove ci sono un cane o delle immagini (Sahih al-Bukhari 3225). Un terzo dice che chi tiene un cane perde ogni giorno una parte della ricompensa delle sue buone azioni, a meno che non sia un cane da gregge, da campo o da caccia (Sahih al-Bukhari 2322).
C'è poi un testo più duro, che non va nascosto. Muslim riporta (1572 e 1573) che a Medina il Profeta ordinò a un certo punto di uccidere i cani; poi vietò di farlo, salvo per un tipo di cane nero considerato pericoloso, e permise di tenere cani da caccia e da gregge. Perché l'ordine fu dato e perché fu ritirato, i commentatori lo discutono da secoli. Che fu ritirato, lo dice il testo stesso.
Messi insieme, questi detti parlano di igiene, di casa, di bisogno, di sicurezza in una città del VII secolo. Non di odio. E sono stati interpretati in modi molto diversi. Le quattro grandi scuole giuridiche sunnite non sono d'accordo tra loro. Per i malikiti, la scuola più diffusa in Marocco, Algeria e Tunisia, il cane è un animale puro, saliva compresa: i sette lavaggi del recipiente sono un atto di obbedienza rituale, non una prova di sporcizia. Per gli hanafiti, prevalenti in Turchia e in Asia meridionale, la saliva è impura ma basta lavare normalmente vestiti e pelle. Gli shafiiti, e in buona parte gli hanbaliti, sono i più severi: sette lavaggi, uno con la terra, per qualunque cosa la saliva tocchi.
Tradotto in una scena da parco: per un musulmano di tradizione malikita, accarezzare il labrador non pone alcun problema. Per uno shafiita, lo pone la saliva, non il cane. E sul maltrattamento i testi sono netti: un altro detto autentico racconta di una donna finita all'inferno per aver lasciato morire di fame una gatta chiusa in casa (Sahih al-Bukhari 3318).
Il resto lo fa la cultura
La paura del bambino del parco, quando c'è, spesso non viene dai libri di diritto. Viene spesso da città dove i cani sono soprattutto randagi, in branco, a volte aggressivi, e dove un genitore insegna a tenersi alla larga per prudenza. È un'abitudine comprensibile, ma è geografia, non teologia. Confondere le due cose produce un effetto strano: si finisce per attribuire all'Islam una durezza che nei suoi testi non c'è, e per dimenticare la storia del pozzo, che invece c'è.
Resta aperta, tra gli studiosi, una questione pratica vera: tenere un cane in casa come animale di compagnia. La maggioranza dei giuristi classici lo ammette solo per un bisogno concreto, come la guardia, il gregge o la caccia. È qui che il dibattito contemporaneo si fa interessante, perché i bisogni di oggi non sono quelli dell'Arabia del VII secolo.
Un tassista, un cane guida
L'Italia ha una risposta legale a uno di questi bisogni. La legge 37 del 1974, modificata nel 2006, garantisce alle persone cieche il diritto di entrare con il proprio cane guida su tutti i mezzi pubblici, nei taxi e in tutti i locali aperti al pubblico. Chi lo impedisce rischia una sanzione da 500 a 2.500 euro. Un tassista musulmano che rifiuta un cliente cieco con il suo cane non sta difendendo la propria fede: sta violando la legge. E chi conosce i testi sa che, se esiste un «bisogno» per cui tenere un cane, accompagnare chi non vede è difficile da escludere.
Youssef, intanto, ha allungato una mano. Il labrador gliel'ha annusata. Al papà, se segue la scuola dei suoi nonni marocchini, basta un po' d'acqua e sapone per le mani del figlio. Forse neanche quella.