Amendolara: quattro morti bruciati vivi nei campi. Non è caporalato, è schiavitù
La strage di braccianti in Calabria non è un'anomalia. È il risultato di un sistema criminale che lo Stato conosce e tollera
Quattro braccianti — originari del Pakistan e dell'India — sono stati bruciati vivi in un'auto ad Amendolara, Cosenza. Si erano ribellati ai loro caporali. La presidente Meloni ha parlato di «barbarie» — una parola giusta, ma il tono sbagliato. La barbarie non nasce di notte: cresce alla luce del sole nei campi del Sud, con contratti falsi, decreti flussi usati come esca e filiere criminali radicate nella 'ndrangheta.
Le procure di Castrovillari, Matera e Potenza hanno già documentato un sistema di caporalato radicato tra Sibaritide, Metapontino e Puglia, con un messaggio inequivocabile per chi osa ribellarsi: «qui si muore». Non è retorica, è sentenza operativa. Eppure, secondo Leonardo De Marco di MCL Calabria, «lo Stato conosce i responsabili, ma si gira dall'altra parte».
Ma esiste un altro racconto. Toor Kulwant, lavoratore indiano arrivato con un decreto flussi fraudolento, ha denunciato i suoi caporali e oggi ha un lavoro regolare. «Non sono venuto qui per fare lo schiavo», ha detto. Dalla Calabria alla Puglia, il Progetto Spartacus costruisce alternative concrete: filiere trasparenti, acquisto critico, cooperazione diretta con i lavoratori.
La strage interroga anche noi consumatori: ogni cassetta di pomodori al prezzo più basso ha un costo invisibile pagato con il corpo. Smontare questo sistema richiede leggi applicate, procure adeguate e una società civile che smetta di aspettare che lo Stato agisca.
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