Caporalato e morti nei campi: l'Italia ripete il solito copione
Tra braccianti che muoiono di fatica e vertici governativi sul contrasto allo sfruttamento, gli annunci istituzionali restano promesse vuote
Ogni estate tornano le notizie sui braccianti morti nei campi per caldo e fatica estrema. E ogni estate arrivano i comunicati ufficiali: vertici in prefettura, annunci di controlli straordinari, sinergie istituzionali da rafforzare. Questo copione si ripete da anni, mentre i campi restano luoghi dove la vita umana vale meno di un cassone di pomodori.
Venerdì scorso, presso la Prefettura di Roma, si è svolto un vertice governativo sul contrasto al caporalato e allo sfruttamento lavorativo in agricoltura. L'impegno dichiarato: intensificare i controlli, colpire le situazioni a rischio, rafforzare le sinergie tra istituzioni. Parole corrette, ma il problema rimane concreto: perché dopo anni di campagne straordinarie e leggi sul caporalato, i braccianti — molti migranti provenienti dall'Africa e dal Maghreb — continuano a morire? La risposta non è tecnica, è politica.
Lo Stato è strutturalmente assente là dove il profitto agricolo dipende da manodopera a basso costo e ricattabile. Il caporale non è un'anomalia: è il sistema stesso, tollerato perché abbassa i costi. Chi raccoglie frutta e verdura per i supermercati europei raramente ha un contratto regolare e protezioni. I lavoratori stranieri subiscono vulnerabilità maggiore: senza permesso stabile, denunciare abusi significa rischiare l'espulsione.
Un'analisi seria deve interrogarsi su chi beneficia dello sfruttamento e come le filiere della distribuzione scaricano i costi verso il basso. Finché i vertici istituzionali non affronteranno questi nodi strutturali, le campagne straordinarie resteranno ordinaria amministrazione del silenzio.
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