Maria, l'unica donna chiamata per nome nel Corano
Ha una sura tutta sua e il Corano la nomina 34 volte: la madre di Gesù è un ponte che cristiani e musulmani attraversano più spesso di quanto si pensi.
مريم، الوحيدة التي تُدعى باسمها في القرآن
لها سورة كاملة باسمها والقرآن يذكرها 34 مرة: أم عيسى جسر يعبره المسيحيون والمسلمون أكثر مما يتصورون
Inizio dicembre, una scuola primaria di Torino. Nell'atrio le maestre montano il presepe e una bambina di seconda, Maryam, si ferma davanti alla statuina con il manto azzurro. «Maestra, ma questa si chiama come me». Un compagno la guarda perplesso: «Ma voi non ci credete, a Gesù». Maryam non sa cosa rispondere. Sua madre, la sera, le spiegherà che a casa loro di Gesù e di sua madre si parla eccome, e che quella donna ha un capitolo intero nel libro che il nonno legge a voce alta.
Nel Corano Maria compare più spesso di quanto la maggior parte degli italiani, e anche molti musulmani, immagini.
Una donna, un nome, una sura
Maria, in arabo Maryam, è l'unica donna che il Corano chiama per nome. Le altre figure femminili, anche importanti, sono indicate con una perifrasi: la moglie di Faraone, la madre di Mosè, la regina di Saba. Il suo nome invece ricorre 34 volte, in 31 versetti: è il conteggio che abbiamo fatto sul testo arabo, e una buona parte di quelle volte compare nella formula «Gesù figlio di Maria», con cui il Corano chiama spesso Gesù. La diciannovesima sura porta il suo nome, e in un altro passo gli angeli le dicono che Dio l'ha scelta, purificata ed eletta «tra tutte le donne del mondo» (3:42).
Il racconto più famoso sta nella sura che porta il suo nome. Maria si ritira dalla sua famiglia «in un luogo ad oriente» (19:16), riceve l'annuncio di un figlio e, quando arriva il momento, è sola:
«I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: “Me disgraziata! Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!”.» (Corano 19:23, traduzione di Hamza Roberto Piccardo)
È un versetto che colpisce chi lo legge per la prima volta. Non c'è la stalla, non ci sono i pastori, non ci sono gli angeli che cantano. C'è una ragazza che partorisce da sola, aggrappata a un albero, e che per il dolore e la paura del giudizio della gente vorrebbe sparire. Subito dopo una voce la consola: ai suoi piedi scorre un ruscello, basta scuotere la palma perché cadano datteri freschi, e lei deve mangiare, bere e ritrovare la pace. Poi Maria torna dai suoi con il bambino in braccio, e affronta le accuse.
Il contesto: una sura letta a un re cristiano
La sura di Maria è della Mecca, del periodo in cui i primi musulmani erano pochi e perseguitati. Ed è legata a uno degli episodi più noti della vita del Profeta. Intorno al 615 un gruppo di suoi seguaci fuggì dalla Mecca e chiese rifugio in Etiopia, presso il Negus, un re cristiano. I notabili della Mecca mandarono ambasciatori per farli riconsegnare. Secondo la biografia del Profeta di Ibn Ishaq, arrivata a noi attraverso Ibn Hisham, il re chiese di ascoltare qualcosa della rivelazione, e Ja'far ibn Abi Talib, cugino del Profeta, gli recitò l'inizio della sura di Maria. Il racconto dice che il Negus pianse, disse che quelle parole e quelle portate da Gesù venivano dalla stessa fonte, e si rifiutò di consegnarli.
I primi musulmani della storia che hanno dovuto emigrare, insomma, sono stati accolti da un sovrano cristiano. E la carta che hanno giocato per farsi capire è stata Maria.
Cosa significa qui e ora
Quattordici secoli dopo, la scena si ripete in forme nuove. Dal febbraio 2016 i corridoi umanitari, promossi in Italia dalla Comunità di Sant'Egidio, dalla Federazione delle Chiese evangeliche e dalla Tavola valdese insieme ai ministeri, hanno portato nel nostro Paese 7.462 persone in fuga da Siria, Afghanistan, Eritrea, Sudan, Somalia, Yemen e Gaza. Sono arrivate in aereo, legalmente, e sono state accolte da comunità e famiglie in tutta Italia.
E c'è un paese arabo che ha fatto di Maria una festa di tutti. Dal 2010 in Libano il 25 marzo, giorno dell'Annunciazione, è festa nazionale per cristiani e musulmani. L'idea è venuta a uno sceicco sunnita, Mohammad Nokkari, che cercava una data capace di unire invece di dividere, e l'ha trovata in un episodio che Vangelo e Corano raccontano entrambi: l'angelo che annuncia a Maria la nascita di Gesù.
In Italia la festa più vicina è l'8 dicembre, l'Immacolata, giorno festivo per tutti. Per una famiglia musulmana può essere un giorno come un altro. Può anche essere l'occasione per spiegare ai figli, e ai loro compagni di classe, che quella statuina nel presepe non appartiene soltanto agli altri.
Dove le strade si separano
Sarebbe falso dire che su Maria cristiani e musulmani la pensano allo stesso modo. Il Corano la onora come nessun'altra donna, ma nega la divinità di suo figlio: Gesù, per il Corano, è un profeta e il Messia, non il figlio di Dio. Un versetto lo dice con una concretezza quasi brusca: il Messia era un messaggero, sua madre una donna sincera, «eppure entrambi mangiavano cibo» (5:75). Erano esseri umani, quindi. Per i cattolici e gli ortodossi, che chiamano Maria madre di Dio, la distanza è grande, e nessun ponte la cancella.
Anche dentro l'Islam, poi, su Maria c'è una domanda aperta da mille anni: era una profetessa? Il giurista andaluso Ibn Hazm, nell'XI secolo, rispose di sì, nella sua opera sulle religioni e le sette. La sua tesi era che il Corano esclude le donne dal ruolo di messaggero, incaricato di predicare a un popolo, ma non da quello di profeta, cioè di chi riceve la rivelazione. La stessa tesi fu sostenuta poi da due commentatori del Corano venuti anche loro dall'Occidente islamico, al-Qurtubi e Abu Hayyan. La maggioranza degli studiosi, con esegeti come al-Razi e Ibn Kathir, ha detto di no: per loro i versetti che parlano di «uomini» inviati da Dio escludono le donne da ogni forma di profezia. La discussione, nei circoli di studio, è ancora aperta.
Maryam, la bambina di Torino, di tutto questo non sa ancora niente. Sa che nel presepe c'è una donna che si chiama come lei. Per cominciare, basta.
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