I media britannici sono strutturalmente islamofobici
I grafici ci sono. I dati pure. Qualcuno li leggerà?
Questa è la domanda che si pone Faisal Hanif, analista media del Centre for Media Monitoring ed ex collaboratore di *Times* e *BBC*, in un'opinione pubblicata su Middle East Eye — la testata londinese con redazione araba e diasporica che da anni monitora la copertura del mondo musulmano in Occidente.
Hanif non grida allo scandalo. Porta i numeri. E i numeri dicono che la rappresentazione dei musulmani nella stampa britannica nel 2025 è strutturalmente distorta: non per qualche giornalista razzista qua e là, ma per un pattern sistematico e misurabile. Quando i musulmani appaiono nelle notizie, lo fanno quasi sempre in contesti di criminalità, terrorismo o conflitto culturale. Quando sono protagonisti di storie positive — integrazione, contributo civile, professioni — spariscono dall'agenda. Non è dimenticanza: è una scelta editoriale ripetuta abbastanza da diventare norma.
Il metodo usato dal CfMM è quantitativo e replicabile: analisi del framing, conteggio delle associazioni semantiche, comparazione tra gruppi religiosi diversi nelle stesse testate. Il risultato è che i musulmani vengono trattati in modo sistematicamente più negativo rispetto ad altre minoranze religiose, a parità di tema trattato.
Perché questo articolo dovrebbe interessare il lettore italiano? Perché da noi il dibattito sull'islamofobia mediatica è quasi sempre aneddotico: si parla di singoli titoli, di singole trasmissioni, di singole uscite infelici. Manca lo sguardo d'insieme. Il modello metodologico di Hanif — che viene dall'esterno del sistema mediatico britannico, da una prospettiva araba e diasporica — offre esattamente quello strumento: un modo per misurare il bias invece di soltanto percepirlo.
La domanda che Hanif lascia aperta vale anche per l'Italia: i dati esistono, o potrebbero esistere. Chi ha voglia di raccoglierli? E soprattutto — chi nelle redazioni avrebbe il coraggio di leggerli?