La Serenissima e la mezzaluna
Per due secoli Venezia aveva una moschea sul Canal Grande. Oggi una europarlamentare della Lega presenta un'interrogazione formale a Bruxelles su un edificio di culto a Mestre senza minareto e senza cupola. Qualcosa nella memoria non funziona.
الجمهورية البندقية والهلال
لقرنين كاملين كان في البندقية مسجد على كانال غراندي. اليوم، ترفع نائبة أوروبية من حزب الرابطة استجواباً رسمياً إلى بروكسل بشأن مسجد في ميستري بلا مئذنة ولا قبة. شيء ما في الذاكرة لا يعمل.
C'è qualcosa di profondamente veneziano nel non sapere la propria storia. O forse nel saperla e ignorarla con la stessa eleganza con cui la laguna copre i fondali. Anna Maria Cisint, eurodeputata della Lega, ha portato la questione della moschea di Mestre fino a Bruxelles. Un'interrogazione formale alla Commissione europea su un edificio di culto senza minareto e senza cupola, in costruzione su un'area di 8.000 metri quadri attualmente in stato di abbandono, vicino alla stazione dei treni. La difesa dell'identità veneziana portata alle istituzioni continentali. Gesto coraggioso. O forse, semplicemente, gesto. Perché c'è un dettaglio che vale la pena ricordare, con la calma di chi non ha fretta di fare campagna elettorale. Venezia ha già avuto una moschea. Per due secoli. Dal 1621 al 1838, al Fondaco dei Turchi, sul Canal Grande, esisteva un luogo di culto islamico in pieno funzionamento. I mercanti musulmani che attraccavano in Bacino di San Marco pregavano, commerciavano, vivevano. E la Serenissima — quella Repubblica che oggi viene evocata come simbolo dell'identità veneta da difendere — puniva con anni di remo chiunque osasse offendere un musulmano. Non era tolleranza romantica. Era pragmatismo adriatico. Era la consapevolezza che le civiltà si costruiscono attraverso lo scambio, non attraverso la paura del vicino di casa. Quella Venezia non aveva bisogno di interrogazioni a Bruxelles per sapere chi era. La moschea di Mestre che tanto agita i difensori della laguna è, nei fatti, un edificio che potrà ospitare fino a 1.500 persone, senza minareto, senza cupola, progettato su un terreno comprato con fondi propri della comunità bengalese, su un'area abbandonata che attualmente serve da rifugio per i senzatetto. Dal punto di vista urbanistico, è un intervento di riqualificazione. Dal punto di vista civile, è l'esercizio di un diritto garantito dalla Costituzione italiana e confermato dalla Corte Costituzionale nel 2016. Dal punto di vista storico, è esattamente quello che Venezia faceva già quattrocento anni fa. Eppure disturba. E disturba in modo talmente profondo da richiedere l'intervento dell'Europa, dei tribunali, dei manifesti sugli autobus, delle conferenze stampa alla Camera. Viene da chiedersi cosa disturbi davvero. Non è la preghiera in sé, evidentemente — quella cattolica non ha mai richiesto iter urbanistici particolarmente drammatici. Non è la presenza di una comunità straniera: i bengalesi di Mestre ci sono da decenni, lavorano, pagano le tasse, iscrivono i figli a scuola, e alcuni si candidano alle elezioni comunali come fanno i cittadini nei sistemi democratici. Non è nemmeno il volume dell'edificio, visto che la diocesi di Venezia gestisce un patrimonio immobiliare che farebbe impallidire qualsiasi centro culturale islamico. Quello che disturba, sospettiamo, è la visibilità. Il fatto che una comunità chieda di esistere in modo riconoscibile, con un luogo proprio, senza nascondersi in un garage o in un seminterrato. È la stessa visibilità che ha sempre disturbato le minoranze che non si comportano come tali. Venezia però sa — o dovrebbe sapere — come va a finire quando si sceglie la chiusura invece dello scambio. La Serenissima è caduta nel 1797, non per mano di un califfo, ma di Napoleone. La storia delle civiltà che si credono eterne per diritto di nascita è una storia di tramonti. Il Fondaco dei Turchi oggi è il Museo di Storia Naturale. Una coincidenza che un intellettuale troverebbe quasi troppo comoda.