San Diego, strage in una moschea: l'odio non ha un'età
Due teenager aprono il fuoco in un centro islamico e uccidono tre persone. Un crimine d'odio che interroga l'America — e non solo.
سان دييجو، مجزرة في مسجد: الكراهية لا عمر لها
مراهقان يفتحان النار على مركز إسلامي ويقتلان ثلاثة أشخاص. جريمة كراهية تطرح أسئلة على أمريكا — وليس فقط عليها.
Aveva 17 anni uno dei due aggressori che sabato hanno aperto il fuoco contro il centro islamico di San Diego. L'altro ne aveva 19. Tre persone sono morte sul posto — tra cui un agente di sicurezza — e diversi fedeli sono rimasti feriti. I due attentatori sono stati ritrovati senza vita in un veicolo nelle vicinanze: ferite autoinflitte, secondo la polizia, che ha classificato l'episodio come crimine d'odio. Trump ha definito la situazione «terribile». Le parole ci sono. Il contesto, ancora una volta, manca.
Un crimine d'odio non nasce dal nulla. Nasce da un ecosistema culturale che normalizza la disumanizzazione di un gruppo — in questo caso i musulmani — attraverso anni di retorica politica, algoritmi che amplificano l'estremismo online, e un vuoto educativo che lascia i giovani senza strumenti critici. Che i responsabili siano adolescenti non li assolve: li rende, semmai, vittime e carnefici di uno stesso fallimento collettivo. L'islamofobia negli Stati Uniti non è un fenomeno marginale: dal 2001 in poi, i crimini d'odio contro i musulmani hanno registrato picchi ricorrenti, spesso correlati a momenti di tensione geopolitica o campagne elettorali aggressive. San Diego non è un'eccezione — è una conferma.
Per le comunità musulmane in Italia e in Europa, episodi come questo non sono distanti. Sono uno specchio. Le moschee italiane operano spesso in condizioni precarie, senza riconoscimento giuridico pieno, in un clima dove la narrativa dell'«invasione» culturale viene sdoganata con crescente disinvoltura nei dibattiti pubblici. La distanza geografica da San Diego non deve diventare alibi per ignorare le traiettorie simili che si consolidano anche qui. L'odio non ha passaporto, e le piattaforme digitali che lo nutrono non conoscono confini.
La domanda che resta aperta — e a cui nessun comunicato ufficiale risponde — è questa: cosa stavano leggendo, guardando, assorbendo quei due ragazzi prima di imbracciare un'arma? Rispondere a questa domanda è un atto politico, prima ancora che investigativo. Ignorarla è una scelta. E anche quella ha conseguenze.