Gaza, tra i numeri e i nomi: l'arte europea non si gira dall'altra parte
Mentre il bilancio dei morti supera quota 72mila, artisti e teatranti scelgono di rompere il silenzio. E Israele pianifica il futuro demografico della Cisgiordania
غزة، بين الأرقام والأسماء: الفن الأوروبي لا يغضّ الطرف
بينما يتجاوز عدد القتلى 72 ألفًا، يختار الفنانون وأهل المسرح كسر الصمت. وإسرائيل تخطط للمستقبل الديموغرافي للضفة الغربية
C'è un numero che pesa come un macigno: 72.615 palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023, secondo il ministero della Salute di Gaza. A questi si aggiungono oltre 172mila feriti. Sono cifre che rischiano di diventare rumore di fondo, statistiche da scorrere sullo schermo del telefono tra una notifica e l'altra. È proprio contro questa anestesia collettiva che si stanno mobilitando, in modi diversi, alcune voci del mondo culturale europeo.
Alla Biennale di Venezia, artisti provenienti da vari paesi hanno sfilato ai Giardini con le magliette che riportavano i nomi dei colleghi palestinesi morti. Un gesto semplice, quasi elementare, ma carico di significato: restituire identità a chi il conflitto ha ridotto a numero. Mohammed Joha, tra i protagonisti della protesta, ha sintetizzato tutto in quattro parole: «Non siamo numeri». A Udine, nel contesto del festival Vicino/Lontano, il dialogo teatrale tra Caridi e Montanari ha portato il pubblico letteralmente sotto un sudario, in un'esperienza immersiva pensata per evocare i bambini uccisi a Gaza. Il teatro come spazio politico, come luogo in cui il corpo dello spettatore è chiamato a rispondere di ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza.
Mentre l'Europa elabora il lutto attraverso l'arte, Israele pianifica. Il governo di Tel Aviv ha avviato l'operazione «Ali dell'alba»: il trasferimento di circa 6.000 ebrei indiani della comunità Bnei Menashe, con l'obiettivo dichiarato di insediarli in parte in Cisgiordania. Il Fatto Quotidiano definisce questa mossa «ingegneria demografica», e il termine non è esagerato. Si tratta di modificare la composizione della popolazione in territori contesi, creando fatti sul campo difficilmente reversibili, indipendentemente da qualsiasi futuro accordo diplomatico. Non è una novità nella storia del conflitto, ma farlo mentre Gaza brucia ha una valenza politica precisa: il messaggio è che non esiste pausa umanitaria nel progetto di espansione territoriale.
L'arte non ferma le guerre, e sarebbe ingenuo pensarlo. Ma nomina, documenta, disturba. In un contesto in cui i governi europei faticano a trovare una posizione coerente tra valori dichiarati e interessi strategici, il fatto che siano teatri e biennali a tenere accesa l'attenzione su Gaza dice qualcosa di scomodo sulla politica del nostro tempo.