Flotilla Gaza: spari, torture e Ben-Gvir in posa. Il racconto che Israele non riesce a cancellare
L'abbordaggio della Global Sumud Flotilla non è solo una violazione del diritto internazionale: è uno specchio della cultura dell'impunità che governa oggi Israele
أسطول غزة: إطلاق نار وتعذيب وبن غفير في وضعية للتصوير. الرواية التي لا تستطيع إسرائيل حذفها
الاعتراض على أسطول Global Sumud ليس مجرد انتهاك للقانون الدولي: إنه انعكاس لثقافة الإفلات من العقاب التي تحكم إسرائيل اليوم
C'è un'immagine che vale più di mille smentite ufficiali: Itamar Ben-Gvir, ministro per la Sicurezza Nazionale israeliano, che si aggira tra decine di attivisti in ginocchio, bendati e ammanettati, e pronuncia con soddisfazione il suo «benvenuti in Israele». Non è propaganda nemica — è un video diffuso mentre Tel Aviv continuava a parlare di «mezzi non letali» usati durante l'abbordaggio della Global Sumud Flotilla. Questa contraddizione è il cuore politico dell'intera vicenda.
I fatti, per quanto si riesce a ricostruire, sono gravi e documentati. L'esercito israeliano ha intercettato le sei navi della missione umanitaria diretta a Gaza, aprendo il fuoco prima dell'abbordaggio. Tra le imbarcazioni colpite c'era anche la nave Girolama, battente bandiera italiana. Poi sono arrivate le testimonianze degli attivisti fermati e trasferiti ad Ashdod: pestaggi durante il trasferimento, manette e catene alle caviglie, urla udite nelle celle, e — secondo i legali degli attivisti — abusi sessuali e torture sistematiche. Non si tratta di ricostruzioni vaghe: sono racconti raccolti da avvocati, confermati da più fonti indipendenti tra cui giornalisti italiani presenti sulle navi, come l'inviato de Il Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani e il deputato del M5S Dario Carotenuto, rimpatriati attraverso Atene.
Il contesto politico israeliano non può essere ignorato. Ben-Gvir non è un incidente della storia: è il prodotto di una scelta deliberata di Netanyahu, che lo ha strappato dall'irrilevanza politica per tenersi in piedi la coalizione di governo. Un uomo con un lungo curriculum di dichiarazioni razziste e provocazioni ora gestisce le forze di sicurezza interne — e va a farsi fotografare tra i fermati come un trofeo. Che questo avvenga mentre parte degli attivisti ancora detenuti inizia uno sciopero della fame rende il quadro ancora più nitido: non è una crisi diplomatica passeggera, è un sistema.
Mentre gli italiani a bordo rientrano a casa, la domanda che resta è scomoda: quanto è disposto a fare il governo italiano — e l'Europa intera — oltre alle dichiarazioni di «profonda preoccupazione»? La storia delle flottiglie verso Gaza insegna che il ciclo è sempre lo stesso: abbordaggio, sdegno, silenzio. Stavolta, con cittadini italiani coinvolti direttamente, quel ciclo dovrebbe almeno incepparsi.