Open Arms: dieci anni in mare tra salvataggi, tribunali e politica
Dalla spiaggia di Bodrum al tribunale di Palermo: la storia di Open Arms in dieci anni di operazioni nel Mediterraneo.
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C'è una fotografia che ha cambiato tutto. È quella di Alan Kurdi, il bambino siriano di tre anni trovato morto su una spiaggia turca nel settembre 2015. La vide anche Òscar Camps, istruttore di salvataggio in acqua di Badalona, in Catalogna. Partì per Lesbo con tre volontari e attrezzatura subacquea di base. Non sapeva che stava fondando una delle organizzazioni umanitarie più discusse del Mediterraneo.
Open Arms nasce come organizzazione non governativa dalla Pro-Activa Serveis Aquàtics, una compagnia di salvataggio e recupero in acqua con sede nei pressi di Barcellona. Ha iniziato la propria attività nell'autunno del 2015 a Lesbo, per il salvataggio dei migranti che attraversavano il mar Egeo partendo dalla Turchia. In quei mesi la rotta balcanica era la più trafficata d'Europa: decine di migliaia di siriani in fuga dalla guerra civile attraversavano il breve tratto di mare tra la Turchia e le isole greche su gommoni sovraffollati. Fu, senza saperlo, la prima missione di Open Arms. Nel giro di pochi mesi l'organizzazione acquisisce mezzi più strutturati: prima la barca a vela Astral, poi la nave Golfo Azzurro, poi la nave principale che prende il nome dell'organizzazione stessa.
Alla fine del mese di maggio 2016, Proactiva decide di assegnare la nave Astral alla zona del Mediterraneo centrale, per assistere i migranti in arrivo dalle coste della Libia. L'accordo tra l'Unione europea e la Turchia stava rendendo più difficile l'attraversamento del mar Egeo, riaprendosi altri canali come quello dell'attraversamento del mar Mediterraneo dalla costa nordafricana all'Europa.
È qui che la storia di Open Arms si complica. La rotta libica è la più letale del Mediterraneo: distanze maggiori, imbarcazioni peggiori, trafficanti senza scrupoli. Quasi 31.000 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale dal 2014 a oggi. Open Arms opera in questo contesto, raccogliendo naufraghi e portandoli nei porti italiani, spesso gli unici raggiungibili in tempi ragionevoli. Le prime inchieste giudiziarie arrivano presto. Nel maggio 2017 inizia un procedimento penale della procura di Palermo nei confronti della nave Golfo Azzurro, in seguito a presunte incongruenze nel modo in cui erano stati soccorsi oltre 220 migranti poi sbarcati a Lampedusa. Nel giugno 2018 i magistrati chiedono e ottengono l'archiviazione, spiegando che non si ravvisano elementi concreti di connessione tra i soccorritori e i trafficanti operanti in Libia.
L'episodio che trasforma Open Arms da organizzazione umanitaria a caso politico nazionale avviene nell'estate del 2019. La vicenda riguarda l'agosto del 2019, quando la nave della ong spagnola Open Arms rimase in mare per 19 giorni con 147 migranti a bordo. Salvini, allora ministro dell'Interno, era accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio per non aver consentito lo sbarco immediato in Italia. La nave resta bloccata al largo di Lampedusa per quasi tre settimane. A bordo ci sono uomini, donne e bambini in condizioni sempre più critiche. Il Tribunale dei ministri di Palermo decide di autorizzare lo sbarco d'urgenza. Salvini viene iscritto nel registro degli indagati.
Il processo si apre a Palermo anni dopo, con Salvini imputato per sequestro di persona aggravato e rifiuto di atti d'ufficio. Il 20 dicembre 2024 il Tribunale di Palermo lo assolve con la formula "perché il fatto non sussiste". La procura ricorre direttamente in Cassazione. Il 17 dicembre 2025 la Corte di Cassazione ha reso definitivo il verdetto. (Oasis Center) Nelle motivazioni depositate nel maggio 2026, la Suprema Corte chiarisce la propria lettura dei fatti: ai migranti fu impedito "l'ingresso nel porto di Lampedusa e lo sbarco", ma non fu impedito alla nave di far rotta in altra direzione. In altre parole, il divieto riguardava l'approdo in Italia, non la possibilità dell'imbarcazione di dirigersi verso un altro porto. La Cassazione richiama anche il ruolo della Spagna: Madrid aveva indicato un porto per lo sbarco, inizialmente Ceuta e poi Palma di Maiorca, soluzione considerata più vicina e idonea a ridurre i tempi di permanenza a bordo. Erano stati inoltre messi a disposizione altri natanti, compreso un mezzo della Guardia Costiera italiana, per consentire il trasbordo dei migranti.
La vicenda giudiziaria si è chiusa. Resta aperta la questione di fondo: cosa succede quando il diritto internazionale del mare — che impone il soccorso di chiunque sia in pericolo — si scontra con le politiche di controllo dei flussi di uno Stato? Chi ha la responsabilità di 147 persone bloccate in mare per quasi tre settimane? Con il deposito delle motivazioni si chiude uno dei procedimenti giudiziari più rilevanti e discussi degli ultimi anni sul rapporto tra gestione dei flussi migratori, poteri del ministro dell'Interno e obblighi di soccorso in mare.
Open Arms continua a operare nel Mediterraneo. Ad oggi ha salvato la vita a oltre 70.000 persone in fuga da guerre, disastri naturali, persecuzioni o povertà. Il mare non si è fermato durante il processo. Non si è fermato dopo.