Centri culturali islamici: il problema è che funzionano
Non è la fede a dare fastidio, ma l'esistenza di uno spazio fisico riconoscibile
C'è qualcosa che disturba nell'idea che i musulmani abbiano uno spazio dove riunirsi, pregare, studiare. Bisogna capire cosa.
Non è la preghiera in sé. Le chiese non disturbano nessuno, eppure sorgono in ogni borgo con soldi pubblici e campane che suonano senza consenso democratico.
Il vero problema è il luogo fisico. L'edificio dove persone di fede islamica possono fare ciò che i cristiani fanno da secoli. La Lega ha spinto questa sensibilità alle estreme conseguenze: manifesti, slogan, esposti. Ma questa premessa non regge ad alcuna analisi seria.
Un centro culturale islamico è esattamente quello che dichiara: uno spazio dove la comunità si organizza, trasmette la lingua, offre assistenza legale, insegna ai bambini. Lo fanno gli oratori cattolici, le sinagoghe, le comunità evangeliche nei capannoni lombardi — e lì nessuno parla di Sharia.
C'è una questione estetica mai detta apertamente: la moschea disturba perché sembra una moschea. Un'osservazione comprensibile solo se formulata onestamente, non mascherata da allarme civile.
Qual è l'alternativa? Che i fedeli si inginocchino sui marciapiedi, come accade ogni venerdì in decine di città. Poi ci si scandalizza per la visibilità. Il paradosso è perfetto: si nega lo spazio e ci si indegna della conseguenza.
L'Islam europeo è composito, in trasformazione, spesso più moderno di quanto i critici ammettano. I centri culturali sono dove questa trasformazione avviene, dove si discute e si negoziano le distanze tra tradizioni e presente.
Chiuderli non ferma nulla. Toglie spazio a quelle voci che lavorano per un Islam radicato qui.
La vera domanda non è "moschea sì o no". È: che comunità vogliamo costruire? Una dove ogni gruppo si rinchiude nella paura reciproca, oppure una dove ci si incontra e litiga su cose concrete?
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