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Gaza: perché continuiamo a guardare dall'altra parte e perché è pericoloso farlo
Hosny salah · Pexels

Gaza: perché continuiamo a guardare dall'altra parte e perché è pericoloso farlo

Ogni mattina riceviamo immagini che non vorremmo vedere. La tentazione di chiudere la pagina è umana, ma chi commette atrocità conta esattamente su questo

غزة: لماذا نواصل النظر بعيداً، ولماذا هذا خطير

كل صباح تصلنا صور لا نريد رؤيتها. إغراء إغلاق الصفحة أمر إنساني، لكن مرتكبي الفظائع يعتمدون على هذا تحديداً

Le immagini di bambini morsicati dai topi a Gaza rimettono al centro una domanda scomoda: come reagiamo di fronte all'orrore continuo? La tentazione di chiudere la pagina è umana e comprensibile, ma chi compie atrocità su larga scala conosce bene questo meccanismo di saturazione emotiva e lo sfrutta a proprio vantaggio. L'articolo riflette sul rischio dell'indifferenza collettiva, con un occhio particolare alle comunità arabe in Italia che vivono il conflitto come una ferita personale, e suggerisce forme concrete e sostenibili di attenzione attiva.
تعيد الصور الصادمة للأطفال الذين نهشتهم الجرذان في غزة إلى الواجهة سؤالاً مزعجاً: كيف نتفاعل مع الهول المتواصل؟ إغراء إغلاق الصفحة والتوقف عن المتابعة أمر إنساني ومفهوم، غير أن مرتكبي الفظائع الجماعية يعرفون هذه الآلية من التشبع العاطفي ويستغلونها لصالحهم. يتأمل المقال خطر اللامبالاة الجماعية، مع اهتمام خاص بالمجتمعات العربية في إيطاليا التي تعيش الصراع بوصفه جرحاً شخصياً، ويقترح أشكالاً ملموسة ومستدامة من الانتباه والمتابعة الفاعلة.

Stamattina a qualcuno sono arrivate foto di bambini morsicati dai topi a Gaza. Bambini. Topi. E madri che non dormono la notte per fare la guardia ai propri figli, in mezzo alle macerie, senza cibo, senza sicurezza, senza niente. La reazione immediata di chi ha visto quelle immagini è stata quella che avremmo avuto tutti: chiudere la pagina, pensare ad altro, sopravvivere alla giornata. Ed è una reazione umana, comprensibile, quasi necessaria per non impazzire.

Ma c'è un problema enorme in questo meccanismo di difesa, e vale la pena parlarne senza giri di parole. Chi commette genocidi — e usiamo questa parola perché sempre più voci autorevoli nel diritto internazionale la usano per descrivere quello che sta accadendo a Gaza — sa perfettamente che l'orrore produce saturazione. Sa che dopo un certo numero di immagini, dopo un certo numero di titoli, la gente smette di reagire. Non perché sia cattiva, ma perché il cervello umano non è costruito per reggere un dolore continuo e senza soluzione apparente. L'indifferenza non è un fallimento morale individuale: è una risposta prevedibile che chi ha interesse a non essere fermato conosce bene e sfrutta. Questo vale in modo particolare per chi in Italia ha legami con il mondo arabo — familiari a Gaza o in Libano, amici che seguono la situazione da vicino, comunità che vivono questo conflitto non come notizia lontana ma come ferita quotidiana. Per loro la stanchezza emotiva si mescola a qualcosa di più personale e più lacerante.

Allora cosa fare, concretamente? Non si tratta di torturarsi guardando ogni foto o ogni video. Si tratta di scegliere consapevolmente di non sparire del tutto, di non far finta che non esista. Significa condividere un articolo quando si ha la forza di farlo, significa sostenere le organizzazioni umanitarie che operano sul campo, significa non cambiare discorso quando qualcuno ne parla. L'attenzione collettiva è l'unica forma di pressione che, nel tempo, può influenzare le scelte politiche — quelle dei governi europei, quelle delle istituzioni internazionali. Guardare altrove è un diritto per sopravvivere. Ma farlo sempre, tutti, è un lusso che la storia ci presenterà il conto.

Info utile: Se vuoi sostenere chi lavora a Gaza in questo momento, organizzazioni come UNRWA, Medici Senza Frontiere e Emergency operano attivamente nella zona e accettano donazioni dirette.

في الصباح الباكر وصلت إلى شخص ما صور لأطفال نهشتهم الجرذان في غزة. أطفال. جرذان. وأمهات لا ينمن ليلاً لحراسة أبنائهن وسط الأنقاض، بلا طعام، بلا أمان، بلا شيء. الردّ الفوري لمن رأى تلك الصور كان ما كنا سنفعله جميعاً: إغلاق الصفحة، والتفكير في شيء آخر، والنجاة من بقية اليوم. وهو ردّ فعل إنساني، مفهوم، وشبه ضروري حتى لا نفقد عقولنا.

لكن ثمة مشكلة ضخمة في هذه الآلية الدفاعية، وتستحق أن نتحدث عنها بصراحة تامة. مرتكبو الإبادة الجماعية — ونستخدم هذا المصطلح لأن أصواتاً موثوقة متزايدة في القانون الدولي باتت توظّفه لوصف ما يجري في غزة — يعلمون جيداً أن الهول يُنتج تشبّعاً. يعلمون أنه بعد عدد معين من الصور وعدد معين من العناوين، يتوقف الناس عن التفاعل. ليس لأنهم أشرار، بل لأن العقل البشري لم يُبنَ لتحمّل ألم دائم دون حلّ يلوح في الأفق. اللامبالاة ليست إخفاقاً أخلاقياً فردياً: إنها استجابة متوقعة يعرفها جيداً كل من له مصلحة في ألّا يُوقَف، ويستغلّها. وهذا ينطبق بشكل خاص على من لهم في إيطاليا روابط بالعالم العربي — أقارب في غزة أو في لبنان، أصدقاء يتابعون الأوضاع عن كثب، مجتمعات تعيش هذا الصراع لا كخبر بعيد بل كجرح يومي. بالنسبة لهؤلاء، يختلط الإرهاق العاطفي بشيء أكثر شخصية وأشد إيلاماً.

إذاً ماذا نفعل عملياً؟ الأمر لا يتعلق بتعذيب أنفسنا بمشاهدة كل صورة وكل مقطع مصوّر. بل يتعلق باختيار واعٍ بألّا نختفي كلياً، وألّا نتظاهر بأن شيئاً لا يحدث. يعني ذلك مشاركة مقال حين تتوفر لنا القوة على ذلك، ودعم المنظمات الإنسانية العاملة في الميدان، وعدم تغيير الموضوع حين يتحدث أحدهم عن هذا الأمر. الاهتمام الجماعي هو الشكل الوحيد من أشكال الضغط الذي يمكنه، مع مرور الوقت، التأثير على القرارات السياسية — تلك التي تتخذها الحكومات الأوروبية والمؤسسات الدولية. النظر إلى مكان آخر حقٌّ نمارسه للبقاء. لكن أن نفعل ذلك دائماً، جميعنا، ترفٌ ستحاسبنا عليه الصفحات التالية من التاريخ.

معلومة مفيدة: إن أردت دعم من يعملون في غزة الآن، فإن منظمات من أمثال UNRWA وأطباء بلا حدود وEmergency تعمل بنشاط في المنطقة وتقبل التبرعات المباشرة.

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