Libano sotto le bombe: tra i morti del Sud e la resistenza culturale di Beirut, un Paese che si frammenta
Raid israeliani, piazze divise e filmmaker che filmano le macerie: il Libano affronta la guerra con corpi e identità spezzati
لبنان تحت القنابل: بين قتلى الجنوب والمقاومة الثقافية في بيروت، دولة تتفتت
غارات إسرائيلية وساحات منقسمة وفيلمة توثّق الأنقاض: لبنان يواجه الحرب بأجساد وهويات مكسورة
Almeno dodici civili uccisi in un solo giorno nel sud del Libano — otto a Tayr Dibba, quattro a Deir Qanun al-Nahr, secondo fonti sanitarie citate da ANSAmed — e un raid che ha colpito il centro di Sidone, città a maggioranza sunnita da sempre percepita come lontana dal conflitto tra Hezbollah e Israele. I numeri si accumulano con la logica fredda delle cronache di guerra, ma nascondono una realtà molto più complessa: un Paese che non sta soltanto subendo i bombardamenti, ma si sta fratturando lungo linee antiche e mai del tutto rimarginate.
A Beirut, nel quartiere di Dahieh — cuore della comunità sciita e base di consenso di Hezbollah — la gente è scesa in piazza per condannare quella che definisce un'aggressione israeliana, rivendicando con orgoglio l'appartenenza all'«asse della resistenza». Le altre componenti del Paese erano assenti, secondo quanto riportato da Repubblica. Non è un dettaglio marginale: è la fotografia di un Libano che condivide le bombe ma non la narrativa, che soffre insieme ma non riesce a piangere insieme. In un paese già devastato da una crisi economica senza precedenti, da un porto esploso, da uno Stato che non funziona, la guerra rischia di essere l'ultimo chiodo in una bara costruita da decenni di malagestione e divisioni settarie.
Eppure, dentro questa spirale, c'è chi sceglie la cinepresa invece della resa. La filmmaker libanese Darine Hotait El Hajj, intervistata dal Corriere della Sera, difende con lucidità il valore dell'atto creativo in tempo di guerra: esistere è resistere, dice, e salvare Beirut dalla cancellazione significa documentarla, raccontarla, tenerla in vita attraverso le immagini. Non è retorica: è una strategia di sopravvivenza culturale che molti artisti e intellettuali arabi conoscono bene, dal Cairo a Baghdad, da Damasco a Gaza.
Il rischio concreto, oggi, è che il Libano venga letto solo attraverso il prisma di Hezbollah e Israele, come se fosse un teatro di una guerra altrui. Invece è un Paese reale, con quattro milioni di abitanti, comunità diverse, storie personali e una cultura che merita più di un trafiletto tra le notizie di guerra. Le dodici vittime del Sud avevano nomi. La piazza di Dahieh ha ragioni che andrebbero capite, non solo catalogate. E le immagini di El Hajj ci ricordano che il giornalismo, come il cinema, non può permettersi di smettere di guardare.