Un DDL fermo dal 2017 e una doppia tassazione: ecco perché l'Italia è rimasta indietro.
L'Italia non ha mai approvato norme per la finanza islamica. Colpa della doppia tassazione, di un DDL fermo dal 2017 e di pregiudizi culturali mai superati.
Da Londra a Kuala Lumpur, come i mercati occidentali hanno abbracciato la finanza islamica — e perché l'Italia è rimasta indietro.
Il Regno Unito ospita l'85% delle attività bancarie islamiche europee, il Lussemburgo ha quotato i primi sukuk nel 2002, la Francia ha aperto le porte con una semplice circolare fiscale nel 2007. Il mercato globale della finanza islamica vale oggi 4.900 miliardi di dollari e punta a superare i 7.500 miliardi entro il 2028. Mentre mezzo mondo ha già scelto, l'Italia è ancora ferma al palo.
Quasi quattromila miliardi di dollari, crescita al 9% annuo, tassi di insolvenza vicini allo zero: la finanza islamica esiste, funziona, e ha principi che molti italiani potrebbero riconoscere come propri.
La finanza islamica muove quasi quattromila miliardi di dollari nel mondo, cresce al 9% l'anno e ha tassi di insolvenza quasi nulli — eppure in Italia quasi nessuno la conosce. Si basa su tre divieti fondamentali: la riba (l'interesse), il gharar (la speculazione opaca) e il maysir (il gioco d'azzardo finanziario). Il risultato è un sistema che impone trasparenza, sottostante reale e condivisione del rischio — principi che, a ben guardare, non sono poi così lontani da certi valori già presenti nel dibattito economico italiano.