Centri culturali islamici: il problema è che funzionano
Non è la fede a dare fastidio, ma il fatto che abbia uno spazio fisico riconoscibile.
المراكز الثقافية الإسلامية: المشكلة أنها تنجح
ليست العقيدة هي ما يُزعج، بل حقيقة أن يكون لها مكان مادي ومرئي.
C'è qualcosa che disturba, nell'idea che i musulmani abbiano un posto dove riunirsi, pregare, studiare, discutere. Qualcosa di profondamente inquietante. Bisogna capire bene cosa. Non è la preghiera in sé, evidentemente. Nessuno ha mai proposto di chiudere le chiese perché disturbano il silenzio laico della domenica mattina. Nessuno ha mai definito "sostituzione culturale" il fatto che in ogni borgo italiano sopravviva una parrocchia, spesso con i soldi del Comune attraverso l'8x1000, spesso con campane che suonano a orari che nessuno ha scelto democraticamente. Il problema, a quanto si capisce, è il posto. Fisico. Architettonico. Il fatto che ci sia un edificio — magari bello, magari grande — in cui persone di fede islamica possano fare quello che i cristiani fanno da secoli senza che nessuno gridi all'invasione. La Lega ha recentemente portato questa sensibilità alle sue conseguenze logiche: manifesti sugli autobus, slogan netti, un esposto rimosso, un tribunale annunciato. Tutto molto drammatico. Tutto molto comprensibile, se si accetta la premessa che un centro culturale islamico sia, per sua natura, una minaccia. Ma è una premessa che non regge a nessuna analisi seria. Un centro culturale islamico è esattamente quello che dice di essere: un luogo dove una comunità si organizza, trasmette la propria lingua, offre assistenza legale ai nuovi arrivati, discute di teologia, insegna ai bambini a leggere. Lo fanno gli oratori cattolici da quando esiste il concetto di oratorio. Lo fanno le sinagoghe. Lo fanno le comunità evangeliche nei capannoni industriali della periferia lombarda — e lì, stranamente, nessuno parla di Sharia. C'è poi la questione estetica, mai detta apertamente ma sempre sottotraccia: la moschea non piace perché sembra una moschea. Il minareto disturba il profilo del campanile. È un argomento comprensibile, persino onesto, se formulato così. Molto meno comprensibile quando viene mascherato da allarme civile. Meglio pregare per strada, allora? Sì, esatto: è quello che succede quando mancano gli spazi. Ogni venerdì, in decine di città italiane, i fedeli si inginocchiano sui marciapiedi perché le sale sono troppo piccole. Ed è esattamente questo che poi fa notizia, con tutto il corollario di indignazione sui social. Il paradosso è perfetto: si nega lo spazio e poi ci si scandalizza per la visibilità. L'Islam europeo non è un monolite. È una realtà composita, in trasformazione, spesso più moderna di quanto i suoi critici — e i suoi apologeti — amino ammettere. I centri culturali islamici sono, nella maggior parte dei casi, i luoghi dove questa trasformazione avviene. Dove si discute, dove si litiga, dove si negoziano le distanze tra le tradizioni dei padri e la vita che si conduce qui. Chiuderli, osteggiarli, coprirli di slogan non ferma nulla. Semmai, toglie spazio proprio a quelle voci interne che lavorano per un Islam radicato nel presente europeo. La vera domanda non è "moschea sì o no". È: che tipo di comunità vogliamo costruire insieme? Una in cui ogni gruppo si chiude nel proprio recinto, si alimenta di paura reciproca e vota compatto per chi urla di più — oppure una in cui ci si incontra, ci si conosce, e magari si litiga su cose concrete invece che su fantasmi? La seconda opzione richiede spazio. Fisico. Architettonico.
ثمة شيء يُزعج في فكرة أن يكون للمسلمين مكان يجتمعون فيه، ويصلون، ويتعلمون، ويتناقشون. شيء مقلق في أعماقه. لا بد من فهم ماهية هذا القلق جيداً.
ليست الصلاة في حد ذاتها، من الواضح. لم يقترح أحد قط إغلاق الكنائس لأنها تُخل بصمت الأحد العلماني. ولم يصف أحد قط بقاء رعية في كل قرية إيطالية بـ"الاستبدال الثقافي"، حتى وإن كانت تتلقى تمويلاً من البلديات عبر نظام الـ8x1000، وحتى وإن دقّت أجراسها في أوقات لم يخترها أحد بشكل ديمقراطي.
المشكلة، على ما يبدو، هي المكان. المادي. المعماري. حقيقة وجود مبنى — ربما جميل، ربما كبير — يمكن للمسلمين فيه أن يفعلوا ما يفعله المسيحيون منذ قرون دون أن يصرخ أحد بالغزو.
حملت الليغا مؤخراً هذا الشعور إلى نتائجه المنطقية: ملصقات على الحافلات، وشعارات حادة، وبلاغ سُحب، ومحكمة أُعلن عنها. كل شيء درامي للغاية. كل شيء مفهوم للغاية، إذا قبلنا المنطلق القائل بأن المركز الثقافي الإسلامي يُشكّل، بطبيعته، تهديداً.
لكنه منطلق لا يصمد أمام أي تحليل جدي.
المركز الثقافي الإسلامي هو بالضبط ما يقول إنه: مكان تنظّم فيه مجتمع ما، وينقل لغته، ويقدم مساعدة قانونية للوافدين الجدد، ويناقش اللاهوت، ويعلّم الأطفال القراءة. هذا ما تفعله الأوراتوري الكاثوليكية منذ وُجد مفهوم الأوراتوري. وهذا ما تفعله المعابد اليهودية. وهذا ما تفعله المجتمعات الإنجيلية في المستودعات الصناعية بضواحي لومبارديا — ومع ذلك، لا أحد يتحدث هناك عن الشريعة.
ثمة أيضاً المسألة الجمالية، التي لا تُقال صراحةً لكنها دائماً تحت السطح: المسجد لا يُروق لأنه يبدو مسجداً. المئذنة تُخل بصورة برج الكنيسة. هذه حجة مفهومة، بل وأمينة حتى، إذا صِيغت هكذا. أقل فهماً بكثير حين تتنكر في هيئة إنذار مدني.
إذن، الصلاة في الشارع أفضل؟ نعم، بالضبط: هذا ما يحدث حين تنعدم الأماكن. كل جمعة، في عشرات المدن الإيطالية، يركع المصلون على الأرصفة لأن القاعات ضيقة للغاية. وهذا بالضبط ما يُصبح خبراً، مع كل ما يرافقه من سخط على وسائل التواصل الاجتماعي. المفارقة مثالية: يُحرم المكان، ثم يُستنكر الظهور.
الإسلام الأوروبي ليس كتلة واحدة. إنه واقع مركّب، في تحوّل مستمر، وكثيراً ما يكون أكثر حداثةً مما يُحب منتقدوه — وحتى المدافعون عنه — الاعتراف به. المراكز الثقافية الإسلامية هي، في معظم الحالات، الأماكن التي يجري فيها هذا التحوّل. حيث يُناقَش ويُختلَف، وحيث تُفاوَض المسافات بين موروث الآباء والحياة التي تُعاش هنا.
إغلاقها، ومعاداتها، وتغطيتها بالشعارات لا يوقف شيئاً. بل ربما يُزيح الفضاء عن تلك الأصوات الداخلية التي تعمل من أجل إسلام متجذّر في الحاضر الأوروبي.
السؤال الحقيقي ليس «مسجد أم لا». بل: أي نوع من المجتمع نريد بناءه معاً؟ مجتمع تنغلق فيه كل جماعة على نفسها، وتتغذى على الخوف المتبادل، وتصوّت بكتلة واحدة لمن يصرخ أعلى — أم مجتمع نلتقي فيه ونتعارف، وربما نختلف في أمور حقيقية بدلاً من أشباح؟
الخيار الثاني يتطلب مكاناً. مادياً. معمارياً.